Passano le giornate ma il leitmotiv è sempre lo stesso: il Bologna c'è, è vivo, a tratti macina buon calcio dalla trequarti in su ma fallisce sempre l'esame decisivo per salutare quasi definitivamente la temibile zona retrocessione. Dopo una settimana di lodi, complimenti e petti gonfi d'orgoglio per aver rivisto due rossoblù in campo insieme nella nazionale italiana dopo 46 anni, i ragazzi di Pioli si sono presentati in un Dall'Ara con sempre più gente sugli spalti (parola di una statistica frutto del girone d'andata) per cercare il colpo grosso contro il Siena di Iachini, fresco dell'ottima vittoria sull'Inter. Alla vigilia il tecnico parmense ha ricordato a tutti quanto fosse alta la posta in palio (in effetti, trattandosi del Siena... ) e così i rossoblù sono partiti fortissimi, pagando stavolta un Gilardino non in giornata di grazia, che spara in bocca a Pegolo un tiro che poteva avere miglior sorte. Pegolo, sempre lui, quello che nella partita d'andata riuscì a neutralizzare tutto, con quel ghigno tra il malefico e il guascone, e che è figlio di una vecchia scuola di portieri forse poco blasonata ma dai guantoni di ferro. Succede tutto nel primo tempo: sempre il bomber di Biella si vede annullare l'ennesimo gol stagionale (stavolta la chiamata è giusta!), Alino ha un diavolo per capello (nel vero senso della parola) e ci prova in tutti i modi possibili. Ma alla fine passa il Siena, che si è rimesso in Sestu dopo un periodo negativo. E proprio dal piede del centrocampista romano parte il cross per la zuccata di Emeghara che questa domenica è stato tutto fuorché Innocent, come recita il suo nome. Per fortuna lo sconforto dura poco perché dopo una manciata di minuti ci pensa il solito super-Kone a rimetterci in carreggiata. Stavolta nemmeno Pegolo può far nulla, anzi, mastica amaro e non è un modo di dire: c'è chi in bocca ha un puffo spappolato che ostenta con una certa fierezza (Campagnaro), e chi come il portiere del Siena, l'ei-fu Cafu e l'odierno e discusso Delio Rossi, durante i 90 minuti di gioco strapazza il povero chewing gum di turno. Il secondo tempo, a causa anche della scelta pioliana di far entrare un Manolo a mezzo servizio arretrando e disinnescando quindi Kone, regala poche emozioni e nonostante qualche lampo sporadico le ostilità si chiudono con un pareggio. Un pari che serve più a noi che a loro ma che comunque lascia lo stesso rammarico che si provava ai tempi della scuola alla fatidica frase ‘’può fare di più’’ che gli spietati prof. dicevano ai nostri genitori. La squadra toscana, che poi è una sorta di ricettacolo di ex rossoblù (Rubin, Valiani e quel Della Rocca che passò da reietto a pedina fondamentale di Malesani), quest'anno ci ha strappato la bellezza di 4 punti effettuando forse due soli tiri in porta in entrambe le partite e ci poteva andare anche peggio dato che contro la ‘’grande’’ Inter ha portato a casa la posta completa; non che la cosa porti molta fortuna, pensando al Novara dell'anno scorso... Ma questo è un discorso che non ci riguarda anche perché, di riffa o di raffa, abbiamo sempre un rassicurante +5 sulla terzultima e, se è vero che ci esaltiamo nelle sfide difficili, a Catania allora potremo davvero regalare sorprese. Il Bologna di oggi è bello (basti pensare che si presentava a questa partita con il miglior attacco del girone di ritorno) ma incompiuto e, contro il Siena, la sintesi della partita è in un laconico gioco di parole: Si-e-no. E il Bologna di domani? Archiviati i patemi del mercato di gennaio, i club di Serie A cominciano a buttare un occhio su ciò che succederà a giugno e a intavolare sottobanco le prime sibilline trattative per accaparrarsi il promettente giovane di turno (che puntualmente ristagnerà in panchina finché non gli passerà l'acne adolescenziale) o i tanti giocatori ormai destinati a diventare appetibili parametri zero, tra cui il nostro gladiatore Perez. Il Bologna in questa girandola di primi chiacchiericci da bar dello sport è chiamato in causa solo come convenuto perché tra giocatori in scadenza di contratto, prestiti secchi, grassi, riscatti che non saranno mai esercitati e comproprietà che promettono di regalare ‘’belle’’ emozioni nel fatidico giorno delle buste, c'è il serio rischio che nella prossima stagione si dovrà ricorrere a una precettazione calcistica per formare l'undici titolare. Se a corteggiare Diamanti è lo Zenit, si può dire che simbolicamente il Nadir sia una formazione virtuale che si potrebbe formare con tutti i vari ‘’precari’’ ed ‘’esodati’’ rossoblù (le virgolette sono d'obbligo, parlando comunque di un mondo di privilegiati che nulla ha a che vedere con le problematiche della società ‘’pane e salame’’ di noialtri). Ma è ancora presto per questi scenari apocalittici: in fondo Gilardino potrebbe essere riscattato per un Capello e questa notizia aveva fatto doppiamente ringalluzzire il pelato Zanzi prima che gli spiegassero che salutare i nostri ‘’golden boys’’ sarebbe un clamoroso autogol, ancor più grave per una società non proprio ricca (per usare un eufemismo) che viceversa dovrebbe attingere maggiormente alla propria fonte di eterna gioventù, la primavera. Così, mentre nelle altre piazze si sogna già in grande per il futuro, a Bologna si esulta per la notizia dell'avvenuto pagamento degli emolumenti ai calciatori, scacciando via i fantasmi della penalizzazione del 2010: è buffo trovarsi a gioire di un atto che dovrebbe essere sinallagmatico per ogni contratto di lavoro ma che dal post-Porcedda in poi rappresenta uno spauracchio ricorrente nelle scadenze di novembre e febbraio entro le quali bisogna saldare i conti in sospeso. Ed è forse ancora più singolare che proprio mentre stava partendo il lento ma inesorabile italico processo di revisione storica della figura del presidente sardo, costui sia stato arrestato con l'accusa di bancarotta fraudolenta. Quel Sergio che ci aveva sedotti e illusi per poi lasciarci, contromano su una rotonda, con in mano le briciole del sogno infranto e il concreto rischio di fallimento per la nostra squadra. E dire che un posto nel nostro cuore se l'era già meritato per i suoi modi di fare e per la sua politica pro-giovani (dopo anni di Bolognospizio), lui come tutti gli altri che, volenti o nolenti, hanno già lasciato l'attuale Bologna a porte scorrevoli o si approssimano a farlo nel futuro a breve termine. L'ironia del caso è che il nostro amato inno recita ‘’uno fisso nel mio cuor’’ e, dopo un'esegesi creativa della frase, la domanda sorge spontanea: sì, ma chi?
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