Siamo stati a Parma per comprendere sul campo le tensioni e le polemiche prodotte dalla vicenda legata al Parma Calcio nell'apparente tranquilla città ducale. Parma si presenta come la classica cittadina emiliana a misura d’uomo: centro storico elegante, un connubio tra l’antichità delle sue strutture e la modernità delle vie principali, adornate di tutti i negozi più in voga per lo shopping, non solo strettamente femminile. Insomma, è una bella realtà in cui vivere può risultare gradevole e gratificante. Dietro la facciata, però, si nasconde un mondo complicato, una situazione avvitata sempre più sul momento difficile della nostra economia. La città appare in forma, smagliante, ma secondo diversi cittadini il benessere messo in mostra è ostentato e non reale. La crisi morde dappertutto. Non solo calcio, rimanete con noi, ne parleremo tra poche righe, ma su tutto il tessuto sociale.

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In Italia, ad esempio, quando si tratta di effettuare dei tagli, quasi sempre si passa la scure principale sulla cultura. Così, giusto per citare un realtà fiore all’occhiello di Parma, la Biblioteca Palatina è stata recentemente declassata, facendole perdere autonomia e prestigio dopo che una raccolta fondi gestita dalla dirigenza era riuscita nell’obiettivo di farla riaprire quando un principio di incendio ne aveva sancito la chiusura per un anno e mezzo. Servivano 400mila euro per adeguare agli standard di sicurezza tutti gli impianti ma la Biblioteca non disponeva della copertura necessaria per far partire i lavori. Non è finita. C’è il Teatro Regio, che nel 2013 e nel 2014 non ha avuto, secondo gli esperti, una stagione concertistica di livello, e se consideriamo le terre profondamente verdiane che stiamo calcando, capiamo la situazione drammatica che sta vivendo la città. A chiudere la sinfonia, per nulla melodica, anche il taglio dei fondi al Festival Verdi. Non solo, pure l’aeroporto versa in condizioni difficili da tempo, tant’è che è stato aperto un tavolo di trattativa con una cordata cinese per tentare di salvare il salvabile.

Ovviamente, in tutto questo marasma generale, va ancora peggio alla società calcistica ducale, invasa da centinaia di milioni di euro di debiti. Per tastare il polso della situazione parmense, non c’è niente di meglio di chi vende, per lavoro, i giornali. “La situazione qui è difficile - ammette con sincerità l’edicolante di Piazza Garibaldi - Parma sta perdendo tutti i pezzi: Aeroporto, Teatro, Biblioteca Palatina, e la società di calcio. Il declino negli ultimi anni è stato inesorabile”. Soffermandosi sullo sport, l’edicola ha vissuto da vicino nella giornata di ieri l’assalto dei cronisti al presidente Manenti dopo l’incontro con il sindaco Pizzarotti: “Penso che Ghirardi abbia fatto grossi danni - continua il proprietario dell’edicola - il passaggio a Taci non è stato per nulla chiaro e con tutti quei debiti la società appare spacciata. Manenti secondo me è un prestanome, ma ad ogni modo con lui non si va da nessuna parte. Anni fa c’era Tanzi che ha portato la società in Europa, ma dopo il crac qualche dubbio mi è venuto e la patata bollente se l’è presa Ghirardi. Sono stati sperperati tantissimi milioni di diritti tv e non ci stiamo facendo una bella figura”. Così, mentre i tifosi vedono in Manenti un personaggio senza credibilità e soldi (“Pagliaccio, ti pignorano la Skoda”, gli hanno gridato ieri dopo l’inutile incontro con Pizzarotti), la città continua a vivere nella sua pseudo-normalità. Il Parma Calcio si avvicina al baratro e vive i suoi momenti più delicati, in tutto questo, a rimetterci l’entusiasmo e l’amore, è il tifo che ovviamente inizia a perdere ogni tipo di speranza; soprattutto con un presidente che promette da due settimane il versamento di quel denaro che invece non arriva mai.

“La situazione è disperata - ammette Marco, tifoso ducale da sempre - gli ultimi mesi sono stati da film surreale. Qualche sentore anche precedentemente c’è stato, ma non pensavamo scoppiasse tutto questo”. Pure il fallimento pilotato non piace: “E’ la classica porcata all’italiana, con un monte debitorio di questo tipo meritiamo di partire dai dilettanti” ha dichiarato, candidamente, Claudio, durante una tranquilla passeggiata all’interno dello splendido Parco Ducale. Ad ogni modo, il sentore comune, e forse l’unica speranza, è poter ripartire in qualche modo; indipendentemente dalla Serie. L’importante sarebbe fare piazza pulita, sostanzialmente resettare tutto: “Siamo stremati da questa situazione - ci ha detto Pietro, intento a sorseggiare un caffè in un baretto del centro - Ogni soluzione è ben accetta purché si riesca a mettere via determinati personaggi. Certo, preferirei che il Parma rimanesse nel calcio professionistico, ma se per ripartire da zero e con una società pulita è necessario fare un giro nel calcio dilettantistico, ce ne faremo una ragione e lo accetteremo”.

Il nostro tour nella città ducale oggi è stato baciato anche dalla fortuna, infatti, in Piazza Garibaldi, sotto i portici del Palazzo Comunale, abbiamo incontrato (per caso) il sindaco Federico Pizzarotti, protagonista suo malgrado del “calvario” di Manenti in Via della Repubblica: incontro che ha confermato la tesi secondo cui il presidente gialloblù non è un interlocutore credibile, né un personaggio degno del rispetto dei cittadini e dei tifosi parmensi. “Si è trattato di un vertice al limite del grottesco, per non dire surreale - ha dichiarato Pizzarotti - Manenti non ha rivelato alcuna strategia finanziaria per uscire dal baratro che ha contribuito a creare. Ho molti dubbi sulla provenienza delle coperture che, a suo dire, proverrebbero da investimenti di presunti sponsor e cordate di imprenditori a noi ignoti”. Infondato è anche l’ingresso di altre voci nel coro della salvezza che vorrebbe risollevare le sorti del Parma, come la possibilità di un coinvolgimento dell’ex presidente Tommaso Ghirardi, o l’interessamento di Rezart Taçi, petroliere albanese che - ricorderete - aveva tentato la fortuna anche sotto le Due Torri, nel 2009, defilandosi poi nel nulla. A Parma ha collocato il suo entourage di fidatissimi “presidenti” compatrioti: Pietro Doca ed Ermir Kodra, due generazioni al comando per un giorno o poco più.

“La città è provata da questa situazione - prosegue Pizzarotti -, i tifosi reclamano spiegazioni, vogliono risposte e chiarimenti, ma il club li ha lasciati soli così come solo e abbandonato è lo stadio Tardini. Il Comune sta cercando un interlocutore per riprendere in gestione l’impianto e restituire quanto prima il campo alla squadra. Inutile ribadire che devono esserci i presupposti per investire risorse e lavorare ad un nuovo progetto: confidiamo in un riscontro da Figc e Lega, che sembrano più interessati ai diritti Sky che alla società Parma Calcio; ci aspettiamo che trovino le risorse per garantire l’esercizio provvisorio dopo l’esito dell’udienza fallimentare, fissata per il 19 di marzo”.

Fallimento pilotato, dunque? Questo lo scenario che si prospetta per i ducali. Sulle possibili conseguenze di questa ipotesi, ci aiuta a fare chiarezza Alessandro Dondi del portale stadiotardini.it, sito web di riferimento del tifo gialloblu. “Se il Parma fallisce, si passerà ad un’asta competitiva per rilevare il debito che attualmente sfiora i 190 milioni lordi! Una cifra da capogiro: 70 milioni di questi afferenti all’ambito sportivo. Una ipotetica cordata di imprenditori disposta ad acquistare il Parma all’asta fallimentare, dovrebbe adempiere tutti gli obblighi finanziari verso i tesserati e le società affiliate e dovrà poi passare sotto la lente del Co.Vi.Soc per valutare se tutte le pendenze sono state risolte. In sintesi, farsi carico dei 70 milioni di debiti sportivi. Inutile sottolineare che sono tanti”.

Un’operazione contorta e faticosa che ci è familiare, ma per Dondi una soluzione possibile potrebbe essere anche quella di recuperare la reputazione del club ricominciando quasi da zero, dai dilettanti, con una rosa praticamente nuova dal valore di 5 milioni di euro, con cui risalire la scarpata e ambire alla promozione in Lega Pro. “Noi di stadiotardini - continua Dondi - facevamo presente che la società stava commettendo delle imprudenze e che i conti non tornavano; ma venivamo accusati di essere nemici del Parma”. Interessante anche capire come mai, fino adesso, nessuno si sia mosso o abbia controllato la solidità della società ducale: “Il Parma - afferma Dondi - ha sempre pagato gli stipendi ai suoi giocatori, ma sfruttava l’ultimo giorno di scadenza onorando gli impegni. Ovviamente fino a novembre. Inoltre, venivano tesserati centinaia di giocatori per generare plusvalenze a bilancio, un giro “fittizio” per creare voci di attivo ma che non ingrossavano le casse societarie. Infatti, per via della mancanza di liquidi, tutti i fornitori non venivano pagati, il problema è che la Co.vi.soc non tutela i fornitori e per l’organo di controllo, formalmente, era tutto a posto. Invece no, perché si tesseravano giocatori trentenni non futuribili a cui si offrivano contratti pluriennali onerosissimi. Munari, per fare un esempio, fu tesserato a trent’anni con un contratto per 5 stagioni”. Una escalation, dunque, che non nasce solo negli ultimi mesi ma addirittura dal 2009: “I revisori contabili - conclude Dondi - segnalarono già cinque anni fa, alla chiusura del bilancio al 30 giugno 2009, una tensione finanziaria evidente”.

Ci allontaniamo mentre anche Sky continua a monitorare la situazione con servizi e collegamenti nei vari notiziari, perché alla fine, su questa vicenda, il clamore mediatico si è fatto sempre più incessante, mentre da Bologna si percepisce l’ingiustizia verso chi, epoca Porcedda, ha dovuto cavarsela con le proprie gambe grazie ad una serie di imprenditori che hanno salvato la società. Anche qui i giocatori non percepivano lo stipendio, ma nessuno ha mai sospeso partite o promosso iniziative di solidarietà. A Parma indaga anche la Procura, che ieri ha ascoltato alcuni giocatori gialloblù per cercare di avere un quadro chiaro della situazione; in tutto ciò, leggendo la Gazzetta di Parma in una panchina al sole, si nota come anche qui le bugie abbiano le gambe corte. Ghirardi il 12 settembre sentenziava: “Sono tornato perché con il mio addio il club rischiava di sparire, non potevo accettarlo”. L’agente di Amauri, ancora più deciso: “Il Parma non smobilita, resta al 100% e se va via lo farà solo per una società straniera”. Antonio Cassano, che ha rescisso e se ne è andato, il 25 luglio caricava l’ambiente: “Ci hanno tolto un sogno - riferendosi alla licenza Uefa non concessa - ci riprenderemo quello che ci hanno tolto. Se non mi cacciano, finisco la carriera qui”. Chiudiamo la rassegna con le parole di Rezart Taci, un dejavù per chi legge da Bologna: “Diremo a breve tante cose belle”. Era il 20 gennaio.

Dopo un mese il bello ha lasciato spazio all’horror, alla rabbia e alla rassegnazione provocata da una serie di cambi societari che non hanno fatto altro che aumentare la sensazione di una grossa presa in giro. Nel lasciare la città, ci accompagna la voglia di tornarci, fare sosta nuovamente al ristorante della pausa pranzo, un elegante locale in una via trasversale del centro da cui siamo usciti sazi per via di un tortello di patate speck e parmigiano da favola. Perché se vieni da fuori Parma non è niente male, ma se ti addentri nella realtà cittadina scopri un mondo difficile. Da turisti la visione è diversa. Dal treno scorgi San Luca, capisci che sei a casa, soprattutto: ti ritieni fortunato nell’aver incontrato Tacopina e Saputo e non un Manenti qualsiasi. Sono una sessantina di chilometri di distanza ma la visione è quella di due universi completamente opposti. Grazie Joe and Joey, senza di voi…

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