Scusate, cari lettori, se per un giorno distolgo lo sguardo dalle vicende rossoblù concentrandomi su quelle nazionali (che un risvolto bolognese lo hanno comunque, poi vedremo). Non posso però non soffermarmi sulla triste vicenda Calciopoli, un momento storico ben preciso all'interno del calcio italiano che ha visto Luciano Moggi farla da padrone e che ha portato addirittura il Bologna a retrocedere (anche per colpe sue) al termine di una stagione poi dichiarata inquinata dalla giustizia sportiva (e non solo) per via delle telefonate dell'allora direttore generale juventino. In realtà, a dispetto del revisionismo che è già partito incessante, la sentenza della terza sezione di Cassazione ha confermato l'associazione a delinquere finalizzata a condizionare i risultati delle partite. Questo è un dato inconfutabile, perché le richieste del procuratore generale Gabriele Mazzotta sono state accolte al terzo grado di giudizio dopo che i primi due erano finiti con una condanna. Qui, però, nasce l'eterna guerra tra assoluzione e prescrizione, una linea neanche tanto immaginaria che non dovrebbe lasciare dubbi ma invece fornisce vigore a chi cerca di mistificare la realtà dei fatti con il proprio parere personale. Soprattutto, con il proprio tifo. Moggi non è colpevole per la legge, lo sarebbe per quello che ha commesso e che è stato dimostrato, ma l'ha scampata grazie ai sopraggiunti termini di prescrizione. In sostanza, la sentenza è arrivata a tempo scaduto. Non c'è assoluzione, non c'è innocenza pura, solo un escamotage utilizzato per evitare, a questo punto, una condanna certa. Infatti, si può notare che per un arbitro su tre (De Santis) che ha rinunciato alla prescrizione, è arrivata la condanna. Inoltre, se ci fossero stati elementi chiari a favore dell'assoluzione, questa sarebbe arrivata anche di fronte ad una possibile prescrizione. Se un imputato è innocente il giudice lo deve assolvere, perché l'assoluzione viene prima. Ad ogni modo, il quadro è chiaro: oltre all'associazione a delinquere, il pg ha continuato sul solco creato dalla sentenza di secondo grado. Mazzotta parla di "struttura associativa nella quale tutti si ritrovavano ad attentare ai risultati delle singole partite ma anche a dare appoggio a Carraro, candidato al vertice della Figc, o a pilotare dossier contro i Della Valle, “colpevoli” di volere un altro presidente alla guida della Lega. E si interferiva anche nella progressione delle carriere degli arbitri". Noon solo, viene confermato l'uso delle sim svizzere, ovvero di un "apparato organizzativo con schede telefoniche svizzere riservate, difficilmente aggredibili da intercettazioni legali o illegali, come quelle dell’Inter".
Basterebbero queste parole per capire il personaggio Moggi all'interno del calcio, come il dirigente della più potente società italiana cercasse di avere il controllo delle operazioni non solo sui risultati ma anche sulle carriere delle giacchette nere o dei futuri presidenti federali. Tentava di controllare tutto Lucianone, peccato che il reato sia prescritto e appaia quasi un insulto farlo notare. Sembra che i colpevoli siano diventati coloro che da anni sono alla ricerca di giustizia e lui la vittima, perché purtroppo a questo serve la prescrizione: farla passare per una assoluzione. Il passaggio è semplice, banale: non essendoci una condanna tutto quello che ci è stato raccontato è falso, non veritiero, solo colate di fango verso un club che vinceva in maniera pulita. Invece no, perché le prescrizioni iniziano ad essere troppe se ci mettiamo dentro anche quella del medico Agricola per una bruttina vicenda doping. In Italia va così, a nostro piacimento torciamo la realtà, la rendiamo come ci piacerebbe vederla in base alle nostre simpatie o antipatie. Ora partiranno le innumerevoli richieste sulla restituzione dei due scudetti, partirà il revisionismo di una squadra capace però solo di vincere in Italia - in quel periodo - grazie a Calciopoli e non tanto all'estero, si chiederà a gran voce la necessità di farla pagare a qualcuno per un processo che non sarebbe dovuto esserci visto che si è concluso con una assoluzione, ehm…prescrizione.
Finalmente, invece, abbiamo avuto la conferma che Calciopoli forse esisteva davvero, è stato tutto sancito anche se è arrivata la mannaia della prescrizione. Sarebbero dati incontrovertibili ma che cadranno nella spazzatura mediatica da sempre (soprattutto a livello televisivo) compiacente con chi comanda il calcio. Pazienza, ormai ci siamo abituati, non solo in ambito sportivo (e i parallelismi tra prescrizione e assoluzione calzano a pennello con ben altre vicende, nella fattispecie politicanti alle prese con le solite malefatte di potere). Sì, riceverò i soliti messaggi di juventini incalliti che mi definiranno un buffone rosicone, ma in realtà va bene così, perché reazioni spropositate di questo tipo (se non si ha nulla da temere) mi convincono sempre di più della mia posizione. In linea di massima, togliendo dal piatto le opinioni personali, il fatto che quei campionati fossero più o meno inquinati lo dice anche la Cassazione (in attesa delle motivazioni) e non solo i tifosi di squadre che non siano la Juve. Tutti rosiconi a quel tempo, peccato che poi le Champions le vincesse il Milan, il Barcellona, lo United o il Real. Rosica un'Europa intera. Anzi no, forse guarda impietosita i filojuventini che cercando di nascondere dietro un cavillo una delle pagine più scure del calcio italiano. Inoltre, venendo al Bologna, è ancora in piedi il risarcimento per le parti civili che verrà deciso più avanti da un giudice civile di Appello. E chissà che in quel caso i prescritti non vengano spennati. Vedremo, di sicuro considero la sentenza di ieri come un segno inequivocabile dell'influenza di Moggi su quelle stagioni di metà anni duemila, un aspetto che tutti potevano tranquillamente notare dalle moviole (alcune censurate) ma che nessuno aveva il coraggio di denunciare. Si è chiusa una vicenda, sì, ma che non ha certo lavato con un colpo di spugna nulla, anzi, lo sporco è lì in evidenza; anche dopo tre gradi di giudizio penale.
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