La sconfitta di Milano è stata interpretata ancora una volta come 'una partita che ci serve per crescere". Ma dopo due anni non è possibile parlare ancora di crescita

Le sconfitte servono per crescere, è vero, pacifico. Preambolo doveroso. Ma si può ancora considerare una partita finita male come un inciampo che aiuterà la crescita di una squadra? Sì, ma non se il percorso sta durando da due anni.

Se da un lato Donadoni è un allenatore capacissimo di soddisfare le richieste di classifica di una proprietà - soprattutto se si tratta di salvezza tranquilla - dall'altro sembra non essere l'ideale proprio per ciò di cui spesso parla in conferenza stampa: la crescita. Nulla di personale contro il mister che ha la sua filosofia tattica e le sue idee, ma appare chiaro il fatto che forse più in là di un certo limite non riesce ad andare, almeno qui. Parlano i numeri, i risultati della squadra da quando è a Bologna, sia con un tipo di giocatori che con un altro. Partiamo dal dato generale: 82 partite di campionato, 36 sconfitte, 20 pareggi e 26 vittorie. Entrando nel dettaglio, il Bologna in questi due anni è praticamente sempre inciampato quando si è trovato davanti all'esame di maturità. Il primo anno, dopo le vittorie contro Napoli e Genoa arrivò la sconfitta interna con l'Empoli, poche settimane più tardi ci fu il sacco di Milano ma anche la sconfitta interna con il Genoa e per finire, dopo le grandi prestazioni a Udine e con la Juve, la serie di pareggi con Palermo e Carpi per concludere con la grande debacle nel finale di stagione (sconfitta con il Verona inclusa).

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Avanti. L'anno scorso, dopo 3 vittorie consecutive in casa, il Bologna pareggia a San Siro con l'Inter ma perde la settimana successiva in casa con il Genoa. Dopo la sosta di Natale i rossoblù infilano tre risultati utili vincendo contro Torino e Crotone e pareggiando a Cagliari, di fatto blindando la salvezza, ma ancora una volta, quando è stata chiesta continuità, maturità e l'innalzamento dell'asticella, i felsinei sono crollati perdendo 4 partite in 2 settimane, 3 di queste in casa con l'1-7 col Napoli, lo 0-1 col Milan in nove e lo 0-1 con l'unica rete in Italia di Gabigol.

In questa stagione è tutto ancora più chiaro. Dopo 14 punti in 8 giornate il Bologna crolla a Bergamo difendendosi a oltranza e iniziando la crisi che culminerà solo dopo 4 sconfitte in fila, che sono 5 fino al 75' di Verona-Bologna. Arriva però la reazione della squadra con una grande prestazione contro l'acerrima rivale Samp e qui si pensa di nuovo ad un possibile salto di qualità definitivo: invece no, pareggio stentato contro il Cagliari e sconfitta inopinata a Milano. In due anni, di sconfitte che avrebbero dovuto fare crescere la squadra ce ne sono state tante, ma ciclicamente ci viene ripetuto che bisogna migliorare, incidere, determinare, essere meno timidi. Il ritornello è sempre questo, pronunciato sia con i Giaccherini, Brienza, Rossettini e Diawara, sia con i Verdi, Di Francesco e Palacio. Possibile che una quadra non sia ancora stata trovata? Quante altre sconfitte come quella sciagurata di Milano dovranno ancora emergere per aiutare la squadra a crescere? E se in questi 25 mesi il Bologna ha puntualmente mancato il definitivo salto di qualità un motivo ci sarà pure: cioè che forse non è possibile farlo. Dopo due anni (o se vogliamo dopo un anno e mezzo considerando l'attuale impianto con l'aggiunta dei nuovi acquisti estivi 2017) una squadra o è cresciuta oppure no, la via di mezzo non c'è. Probabilmente, così strutturati, si è destinati al limbo, alla salvezza tranquilla ma poco altro. Eppure, sfido tanti a trovare nelle nostre rivali un reparto offensivo come il nostro, con un vice campione del mondo, il più giovane attaccante della Serie A a raggiungere 50 reti, un talento cristallino che calcia indifferentemente con due piedi e un figlio d'arte tra i più promettenti del lotto. Eppure manca sempre un centesimo per fare l'euro, quello che si sarebbe potuto trovare domenica sera...

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