I risultati sportivi furono decenti, salvezza più o meno tranquilla (alla fine con un altro presidente) e qualche talento messo in mostra al pubblico bolognese, ma la gestione societaria di Sergio Porcedda ha portato il Bologna ad un passo dal fallimento. Su quelle oscure vicende, in questi anni, anche la Procura si è data da fare indagando su passaggi di denaro sospetti da parte dell'immobiliarista sardo che nel 2010 acquistò da Renzo Menarini l'80% delle quote. La richiesta del procuratore aggiunto Walter Giovannini, durante il processo per appropriazione indebita, è stata dura: 2 anni e 4 mesi. Il perno dell'accusa è un bonifico di tre milioni trasferiti dalle casse del club a quelle di una società riconducibile all'imprenditore sardo. Secondo Giovannini, Porcedda mirava ai diritti televisivi depauperando le casse del club. "Non si è mai visto che una controllata finanzi una controllante", con queste parole Giovannini ha cercato di mettere in luce quelle che sarebbero state, secondo l'accusa, le reali intenzioni dell'ex presidente. In sintesi, non c'era un progetto di rilancio del club, di costruzione di una buona squadra ma solamente lo scopo di mettere mano sui proventi televisivi. Il procuratore ha poi cercato di porre la lente di ingrandimento sugli interessi che un imprenditore sardo avrebbe potuto avere nell'acquistare una società come il Bologna con evidenti problemi economici, soprattutto alla luce della situazione non florida delle società facenti capo a Porcedda. Per la difesa, invece, le accuse sono infondate "non è un delinquente e nemmeno un piranha" ha sentenziato il suo avvocato Davide Tassinari, anzi, "Porcedda è un imprenditore il cui operato è stato svilito e sottostimato. Non si è intascato un soldo". Ora si attende solo la sentenza.

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