A conti fatti, è uno degli uomini più longevi del Bologna Rene Krhin, arrivato ventenne (e fresco di Mondiali) nell’estate del 2010 in comproprietà dall’Inter. Avrebbe dovuto essere uno dei ragazzi su cui Porcedda voleva fondare il suo famigerato “progetto triennale”, poi imploso per una quasi letale mancanza di fondi, e in effetti il ragazzo sloveno è ancora qui. Costato tre milioni di euro, Krhin era sbarcato sotto le Due Torri portandosi dietro la benedizione del Jose Mourinho condottiero del triplete, secondo cui questo centrocampista di un metro e novanta aveva “tutto quello che mi piace vedere in un ragazzo: sarà il futuro dell’Inter”. Elogi pesanti, il cui unico risultato fu aumentare le pressioni su un giocatore che fino a quel momento aveva calcato i campi della Serie A solamente per sessantanove minuti in cinque partite.
Nella prima stagione in rossoblù non gli andò meglio, poiché disputò nuovamente cinque incontri tra campionato e Coppa Italia. L’esordio dal primo minuto fu al San Paolo in una gara terminata quattro a uno per gli azzurri: Krhin giocò tutta la partita e risultò essere uno dei meno peggio del Bologna. Il vero momento topico del suo campionato, però, fu fuori dal campo, perché a sua insaputa cambiò di nome: per molti divenne infatti Mario Gritti, a seguito di un fraintendimento di uno dei decani del giornalismo locale. L’anno seguente era il 2011/12 e le cose non migliorarono molto neanche a sto giro, dal momento che le apparizioni sul terreno di gioco furono nove. Chiuso a centrocampo da due mastini come Mudingay e Perez, il numero quattro riuscì comunque a realizzare quello che al momento è l’unico gol siglato con la maglia del Bologna: era l’undici marzo e con una rasoiata da fuori area sancì il tre a uno definitivo grazie al quale i rossoblù si imposero all’Olimpico contro la Lazio. Purtroppo tre settimane dopo, durante la sfida interna col Palermo, gli saltò il crociato anteriore sinistro: sei mesi di stop e finale di stagione, in cui grazie alla salvezza acquisita per tempo avrebbe potuto mettersi in mostra, compromesso.
E così veniamo al campionato scorso. Mudi è partito alla volta dell’Inter e quindi si è liberato un posto accanto al Ruso: a giocarselo, anche in base al modulo, sono Krhin, Guarente e Pazienza. Una concorrenza abbordabile per lo sloveno, che difatti alla fine sarà quello maggiormente utilizzato dei tre. Così il pubblico bolognese inizia a vedere con continuità questo ragazzo che ormai di anni ne ha ventitre, e il giudizio unanime è negativo. Lento, impacciato, guidato da un atteggiamento morbido tipico di chi cammina sugli specchi. Si diceva fosse un regista, ma il passaggio più lontano che effettua è a tre metri da lui, rigorosamente o in orizzontale o all’indietro. Mourinho doveva essersi sbagliato.
Quest’anno a centrocampo gli uomini sono ancora di meno, per cui è praticamente impossibile che il nativo di Maribor non giochi, ma di miglioramenti non ce ne sono stati. La combattività è sempre relativa, mentre non lo sono i mugugni serpeggianti ogni volta che il pallone arriva dalle sue parti. La partita migliore la gioca da difensore centrale, ma quel ruolo lo occupa solo in un’occasione e poi più. Dopo averlo atteso per anni, forse è il momento di mettere definitivamente una pietra sopra le speranze poste in lui.
Poi però arriva Ballardini, che inculca nella squadra una mentalità diversa, operaia, dandole compattezza e quadratura difensiva. Nelle prime quattro gare della nuova gestione, Krhin siede sempre in panchina tranne uno scampolo contro la Lazio. A Torino, tuttavia, Kone è squalificato e Pazienza è infortunato, e il posto libero sulla mediana lo prende Rene. Una partita ordinata la sua, senza sbavature, e i rossoblù portano a casa la prima vittoria sotto il tecnico romagnolo. Squadra che vince non si cambia e a Milano Krhin viene confermato come mezzala. Pare un altro giocatore: grinta, verticalità e un magnifico colpo di testa che solo una gran parata di Abbiati toglie da sotto la traversa. A oggi, in quella posizione, il campo dice che è meglio lui di Kone.
Dopo quattro anni, quindi, si è visto qualcosa di nuovo e positivo. È presto per gridare al miracolo, è presto per dire che quel ragazzo sloveno atteso per tanto tempo sia finalmente arrivato. Ma che anche a lui la cura Ballardini abbia fatto bene è innegabile: vuoi vedere che Mourinho aveva ragione anche stavolta?
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