Sono ore d’ansia per tutti i tifosi rossoblù, in balia di una società che ha ormai toccato il fondo dopo anni di pessima gestione tanto dal punto di vista tecnico quanto da quello amministrativo. La gratitudine per il salvataggio dal naufragio di Porcedda ormai è esaurita da tempo a maggior ragione visto che la prospettiva attuale non sembra discostarsi troppo da quel recente passato. I guai per l’imprenditore sardo iniziarono con una rata di stipendi non pagati che portò ad una penalizzazione in classifica ed al concreto rischio del fallimento e ora lo stesso problema si ripropone con il rischio di un avvio a handicap nella prossima Serie B. Ma il rischio vero è quello di non arrivare neanche al nastro di partenza della prossima stagione incorrendo nel male peggiore di tutti: il fallimento. Lo spettro si aggira con sempre maggiore insistenza ad ogni giorno che passa senza avere notizie confortanti da parte di Zanetti, unico in questo momento a poter evitare quello che Guaraldi e soci hanno costruito con maggior perizia di quanta non avrebbero saputo usare per qualsiasi centro tecnico. Non è infatti possibile pensare di fare calcio (ma in generale fare impresa) senza immettere mai denaro nelle casse e dal momento del loro arrivo questi azionisti non hanno fatto che rimandare un momento che teoricamente dovrebbe rientrare nella routine dell’ordinaria gestione aziendale. Era il 2012 quando il CdA rossoblù chiamò un aumento di capitale da ben 6 milioni di euro di cui vennero poi sottoscritti appena 1,5 e depositati meno di 600mila. La compagine capitanata da Guaraldi però ha fatto trascorrere altri due anni senza che a quella decisione (demagogica più che concreta) ne seguissero altre se non quella di rinunciare alle competenze, alla passione e alla disponibilità economica di uomini come Maurizio Setti e Gabriele Volpi che stanno facendo divertire i tifosi del Verona e (a dire il vero meno) dello Spezia. A Bologna invece si è andati avanti a vendere giocatori senza rimpiazzarli, a stipulare e/o rinnovare contratti onerosi a manager e calciatori fino al 2013 quando le perdite hanno superato il 30% del capitale sociale del club obbligando di fatto a decretare l’abbattimento dello stesso da 18 a 8 milioni di euro. Già quello è stato il primo passo formale verso la possibilità del fallimento, ma la rotta non è stata invertita, la gestione di Zanzi ha continuato a bruciare denaro e oggi siamo arrivati alla conta dei giorni con il club che ha fatto affidamento alle cessioni dei giocatori per far fronte agli oneri contrattuali. Ora però il tempo è scaduto perché entro il 30 maggio servono 6,5 milioni di euro per pagare gli stipendi di febbraio e marzo con rata dei contributi Irpef e senza questo denaro la penalizzazione in classifica sarebbe sicura, ma a quel punto anche il fallimento sarebbe estremamente probabile. Diventa infatti quasi impossibile pensare che nel giro di ulteriori trenta giorni Guaraldi e soci possano trovare ulteriori 3,5 milioni per pagare la tranche successiva degli emolumenti (Irpef compresa) per non parlare neanche degli 800mila euro per l’iscrizione al campionato di Serie B. L’unica speranza a questo punto è che gli uomini di fiducia di Zanetti completino in tempi rapidi l’esame dei conti e siano in grado di prospettare al magnate del caffè un piano di risanamento del club che non metta in fuga l’ex presidente e che soprattutto leghi ancora alle proprie responsabilità l’attuale compagine societaria. Il futuro del Bologna ormai è sospeso su un filo sottilissimo: riuscirà Guaraldi a fare ciò che non è riuscito neanche a Porcedda?

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