Stavo guardando la tanto discussa Udinese-Roma e il mio occhio, oltre che sugli episodi dubbi, è caduto sulla vista delle tribune ancora incomplete di quello che sarà il nuovo Friuli. Ci stanno lavorando da più di un anno e mi è subito ritornato in mente che anche da queste parti, uno dei progetti cardine della nuova proprietà, è proprio relativo alla ristrutturazione del Dall’Ara. Quanto tempo ci vorrà per ristrutturarlo? I colloqui con le istituzioni e gli ipotetici costruttori continuano? Soprattutto, l’archistar Dan Meis è ancora coinvolta nel progetto o il fatto che Saputo si sia preso il comando del Bologna ha – in automatico – chiuso questa strada? Chiaro, sono interrogativi forse prematuri ora che tutti noi siamo concentrati sul mercato, ma non vorrei che questo progetto finisse nel dimenticatoio. Non succederà, Saputo vuole una fonte di introiti che limiti lo sperpero di denaro, ma è chiaro che tra burocrazia, costi di ristrutturazione da definire e distribuire tra le forze in campo c’è il rischio che i tempi si allunghino. Speriamo di no, anche se, oltre ai tempi, bisognerebbe verificare l’entità dell’intervento di restyling, se cioè il Bologna potrà continuare a giocare al Dall’Ara o se invece sarà costretto ad emigrare. Capite bene che giocare davanti al proprio pubblico e nel proprio stadio (eventualmente al primo anno di A dopo il ritorno) potrebbe rappresentare una notevole spinta in più piuttosto che dover traslocare su spalti che non percepiamo come nostri, con tutte le problematiche che avrebbe la tifoseria nell’esprimersi nel sostegno verso la squadra. Parliamoci chiaro: trasferirsi a Modena o Cesena, con la rivalità che c’è tra le tifoserie, non sarebbe di certo la soluzione migliore.
Vedremo, diciamo che quantomeno mi aspetto un altro incontro con le istituzioni nel nuovo anno (magari una volta terminato il mercato) per continuare a lavorare su questo progetto e portare avanti i discorsi. E’ un’occasione da non perdere, primo perché per una volta la politica (anche se cittadina, ci vorrebbe una legge credibile a livello nazionale sugli stadi di proprietà) sta lasciando porte aperte e lavorerà per snellire la burocrazia (a Bologna meglio che in altre città) secondo per il semplice fatto che il sindaco Virginio Merola, anche a costo di beccarsi sonore critiche, si è sempre fidato della nuova proprietà anche in tempi non sospetti quando qualcuno cercava di mettere in cattiva luce la cordata canadese-americana. Ci sono tutti i presupposti per accelerare e fare del Bologna una delle società più all’avanguardia in Italia. Spero, dunque, che i discorsi riprendano il prima possibile con la ferrea volontà da parte di tutti (anche della Sovrintendenza) di proseguire e di non ostacolare – senza validi motivi – la ristrutturazione dello stadio, che tra l’altro comprenderebbe anche quella della zona limitrofa e noi tutti sappiamo in che condizioni è il portico dell’antistadio. La soluzione migliore, mi auguro attuabile, è quella di un restyling che non comprenda un trasferimento in altro stadio, ben consapevoli però che gli interventi a cui andrà sottoposto il Dall’Ara son ben più invasivi rispetto a quelli che coinvolgono il Friuli di Udine.
Ritornando invece alla partita tra Udinese e Roma, l’altro spunto di riflessione è dato dal gol fantasma di Astori. Se anche le telecamere non sciolgono i dubbi sul fatto che la palla abbia o no attraversato la linea, significa che abbiamo un’ulteriore prova dell’assoluta necessità della gol line technology. Un’inquadratura ci fornisce la sensazione del gol (quella aerea) mentre le immagini sulla linea di porta sembrano testimoniare come la proiezione della palla in aria non abbia completamente varcato la linea immaginaria di porta. Punto primo, l’arbitro di porta si ritrova la visuale oscurata dal palo e questo non consente una visione nitida e senza intralci, punto secondo, la telecamera posta fuori dallo specchio della porta ci riporta lo stesso problema dell’assistente non consentendo nemmeno a noi di capire esattamente com’è posizionata la palla. Da qui le conclusioni. Non capisco perché, a fronte di una certezza data da un apparato tecnologico, si continui ad usare un essere umano in più oltre all’arbitro aumentando, di conseguenza, le probabilità di errore. Capisco evitare l’uso della tecnologia per i casi in cui conta il giudizio del direttore di gara (falli e simili, in base al metro di giudizio possono variare i parametri che stabiliscono, da arbitro ad arbitro, se c’è irregolarità o no) ma sui casi che definiamo oggettivi, come può essere una palla fuori o dentro o finanche un fuorigioco, è inconcepibile mantenere viva la possibilità di errore quando questa verrebbe senza dubbi eliminata. Una grossa parte del regolamento calcistico è basata sull’oggettività, e non c’è niente di meglio di uno strumento infallibile per dirimere situazioni limite com’è stata quella di Udinese-Roma. La sensazione, ancora una volta, è che anche quella parte di errore eliminabile si voglia in qualche modo tenerla in pista allo scopo di creare polemiche e, perché no, alterare un risultato. E’ il calcio made in Italy, e non mi piace per nulla. Siamo ancora al Paleolitico.
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