Ieri è stata la Giornata della Memoria, in onore alle vittime della Shoah e delle leggi razziali. Ho, doverosamente e volutamente, portato a termine il compito concedendomi un paio di orette di tempo per guardare due speciali televisivi che consiglio a tutti coloro che hanno a cuore la storia, il Bologna Football Club e un grande personaggio rossoblù, prematuramente scomparso per via della pazzia umana che a volte non sai mai quali limiti possa toccare; sempre ammesso che limiti ce ne siano. E così, tutto d'un fiato, ho ammirato lo speciale su Rai 2 a cura di Ubaldo Pantani (bravo anche in un ruolo non comico) e quello prodotto da Sky con protagonista Federico Buffa, forse il numero uno quando si tratta di legare e collegare indissolubilmente grandi personaggi sportivi ai contesti storici del periodo. Tutti avranno visto almeno una volta quello satellitare, mentre l'altro è inedito. Sono due modi diversi ma comunque apprezzabili di raccontare la vita (e la morte) del migliore allenatore di calcio al mondo degli anni '30. E, guarda un po', si è seduto sulla panchina del Bologna, quello squadrone che faceva tremare il mondo e che andava a battere sonoramente i maestri inglesi del Chelsea. Non solo Bfc, anche Inter, società in cui Weisz allenò Fulvio Bernardini che trent'anni più tardi portò i rossoblù al loro ultimo storico scudetto. Corsi e ricorsi storici. Inutile che stia a ripercorrere quelle gesta di epoca mussoliniana, quei due scudetti targati Weisz e quella Coppa dell'Esposizione, tutti i tifosi rossoblù sanno benissimo ogni risultato della loro squadra del cuore, giusto allora soffermarsi sull'entità di quel gruppo, sulla strapotenza bolognese di quegli anni pre guerra e sulla malvagità che quei sei anni dal '39 al '45 è stata in grado di scatenare la razza umana (e il termine razza è voluto).

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Quello era un Bologna paradisiaco che schierava in campo campioni di tutto rispetto, in sostanza, se per larghi tratti ci si è lamentati dello strapotere del Barcellona con i vari Ronaldinho, Eto'o, Messi, Iniesta, Xavi e potrei continuare, il Bfc di quei tempi era semplicemente imbattibile e ricalcava la stessa superiorità. Basti pensare a cinque giocatori che facevano la fortuna di Weisz: il bomber, Angiolino Schiavio, il più grande attaccante di tutti i tempi del Bologna, i trequartisti di supporto Fedullo e Sansone, il regista Andreolo passando per il terzino Fiorini, sostanzialmente un precursore del ruolo. Ecco, è come se ora in Europa ci fosse una squadra in grado di schierare Drogba, Messi, Robben, Pirlo e Roberto Carlos. Capite bene il livello.

Questo il piano sportivo, poi quello umano. Erano tempi duri, da metà anni '30 in poi, con refoli di antisemitismo sparsi in tutta Europa che hanno permesso poi alla Germania di utilizzarli per scopi di conquista basati sulla predominanza della razza ariana. Curiosa la storia di quel Bologna, perché se da una parte Weisz dovette abbandonare la vita in un campo di concentramento ad Auschwitz, proprio quel Dino Fiorini la perse da combattente per la Repubblica di Salò dopo uno scontro a fuoco con i partigiani qualche mese prima del suo allenatore. E pensare che otto anni addietro i due vinsero uno scudetto. Uniti in campo, diversi a livello sociale. Uno deportato dopo le leggi promulgate da Mussolini, l'altro combattente per il Duce e deceduto sul campo, non di calcio ma di battaglia. E dire che una cosa li accumunava: erano entrambi esseri umani.

Potremmo essere qui ad ascoltare i racconti dei figli o dei nipoti di Weisz e Fiorini, qualche aneddoto inedito di due grandi ex rossoblù, invece, siamo costretti a ricordarli perché un atroce guerra ce li ha portati via, la pazzia umana di sterminare altri esseri umani in base alla razza o alla carnagione. Si parla di memoria, non dimenticare il passato per non commettere gli stessi errori nel futuro, ma non basta; serve la volontà di mettere in pratica quegli ideali e non solo esternarli una volta all'anno per senso del dovere. Ricordare è utile, ma apprendere lo è ancora di più. Sarebbe bello se questi documentari televisivi, assieme al libro di Matteo Marani da cui prendono spunto, venissero inseriti in tutti gli istituti scolastici come fonte imprescindibile di apprendimento. I ragazzi seguono il calcio, sarà più facile per loro comprendere una delle più brutte vicende della storia tramite un racconto in chiave sportiva, far capire loro che sarebbe un po' come se Mourinho venisse imprigionato in qualche luogo sperduto del mondo per via di nuove leggi emanate dal fanatico di turno.

Ogni volta che guardo Buffa mi commuovo, mi commuovo nel pensare a quanto potesse essere bello tifare Bologna in quel periodo, quanto orgoglio quella squadra producesse presso i suoi tifosi e quanto sarebbe fantastico - un giorno - ripetere quei grandi successi sportivi. La commozione più dirompente però è comprendere come Weisz sia stato costretto a vivere per due anni senza moglie, figli e calcio, lavorando in un campo di concentramento con il corpo completamente distaccato dalla mente alla quale era stato tolto ogni stimolo a restare in vita. E come lui, altri milioni di ebrei. E chissà che per lui quella morte non sia stata una liberazione viste le condizioni in cui era costretto a vivere. Per una crudeltà che ha segnato una piccola parte della nostra storia, ma che ci macchierà per sempre. Facciamo almeno in modo che quei milioni di morti abbiano avuto la funzione, a dir poco crudele, di permettere all'umanità di deporre le armi o le ideologie di stampo razzista e di cacciare l'odio che sembra pervadere l'umanità fin dalla sua esistenza. Sinceramente, non siamo ancora guariti. Non dimentico Weisz, non dimentico il suo Bologna: sono lezioni di vita che ognuno di noi dovrebbe ben stamparsi nella mente e nel cuore.


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