Sono stati giorni davvero intensi questi a cavallo di Ferragosto, e non solo per quanto riguarda le faccende di casa rossoblù. La sconfitta di Coppa contro L’Aquila e le voci relative ai possibili acquirenti hanno scosso non poco le acque sotto le Due Torri, e siamo certi che ne vedremo ancora delle belle nelle prossime settimane. Ma, come accennato in avvio di editoriale, allargando l’orizzonte ci sono state tantissime novità, e non poche polemiche.
Per questo ho deciso di tralasciare per un momento la situazione del Bologna, visto che tante parole sono state già spese sia sulla sconfitta di domenica sia sul (poco) probabile avvicendamento in sella alla società, preferendo aspettare dati più certi per esprimere un parere personale. Meglio, allora, commentare l’elezione di Carlo Tavecchio come presidente della FIGC, il quale a sua volta ha scelto Antonio Conte come uomo della ricostruzione azzurra. Fermiamoci un attimo, e riflettiamo: il rinnovamento del calcio italiano parte da un 71enne. Letta così, la situazione sembrerebbe priva di ogni logica esistente su questo globo. Il nostro calcio però è capace di regalarci simili scenari. Le frasi poco consone poi riguardo a Opti Pobà e agli stranieri hanno fatto il resto, regalandoci l’ennesima figura barbina davanti agli occhi di tutta Europa. E, come se non bastasse, è notizia di ieri il fatto che la UEFA abbia aperto un’inchiesta proprio sulle frasi del presidente federale, che si è detto pronto a presentare memoria difensiva. La frittata però è ormai fatta. Nonostante le polemiche, Tavecchio è riuscito lo stesso a sedersi sulla poltrona del governo calcistico italiano, e come primo compito ufficiale ha dovuto affrontare la scelta del Commissario Tecnico al quale affidare il nuovo corso dell’Italia. Con astuzia e un pizzico di fortuna, sfruttando l’inatteso divorzio tra Conte e la Juventus, ha indicato proprio il mister pugliese come erede di Prandelli, pensando bene che con questa scelta avrebbe quantomeno placato i dissensi. La trattativa, che in molti – compreso il sottoscritto - non pensavano potesse andare a buon fine, è stata relativamente breve e ha visto la fumata bianca grazie all’aiuto di qualche grosso sponsor legato alla Nazionale, indispensabile per arrivare agli oltre 5 milioni annui percepiti dal tecnico ex Siena. Gli interrogativi che sorgono spontaneamente sono due: riuscirà un allenatore “totalizzante” come Conte, che fa del lavoro quotidiano il suo punto di forza, a calarsi nella realtà della panchina azzurra senza subire contraccolpi? E tutti questi soldi, in un periodo di forte crisi come quello che sta attraversando il nostro calcio, erano proprio necessari?
Andando con ordine, diciamo che in tutta questa storia si è fatto di necessità virtù, nel senso che le tessere sono andate incastrandosi per tutta una serie di eventi connessi tra loro. Conte che divorzia dalla Juve con Allegri - uno dei nomi in pole per la panchina azzurra - che prende il suo posto, mentre la Nazionale fallisce la missione brasiliana e tutte le panchine delle big europee che trovano i rispettivi proprietari: sembra proprio un segno del destino. Diciamo, poi, che probabilmente serviva più Conte alla Nazionale che viceversa. Certo, per l’ex centrocampista bianconero questa è una sfida da non fallire, per non rischiare di buttare via il buon lavoro fatto nei tre anni di Juve e soprattutto per scacciare via tutte le critiche riguardo agli scarsi risultati ottenuti in ambito internazionale. Che tradotto in soldoni, significa: se lo United o il Psg erano prontissime a ricoprirti d’oro adesso, e fai male con l’Italia nel prossimo biennio, ti puoi scordare quei contratti faraonici o quelle panchine prestigiose. Sempre che Antonio non si accontenti dei soldi senza troppe ambizioni, come fatto da Prandelli che ha scelto il Galatasaray che non è proprio una delle squadre più temibili del Vecchio Continente. Saranno dunque due anni intensi, durante i quali Conte potrà dedicarsi un po’ di più alla famiglia mutando il suo modo di allenare (ci riuscirà o impazzirà prima?) nella difficile opera di ricostruzione della nostra Nazionale, la quale inevitabilmente subirà delle forti variazioni rispetto a quanto visto un mesetto fa. “Nella mia carriera ho sempre scelto i giocatori tenendo conto di tutto, delle loro qualità in campo ma anche di quello che fanno fuori. L'esperienza mi insegna che nei momenti di difficoltà sono i grandi uomini ad emergere, questo significa che, tra un giocatore meno dotato tecnicamente ma con grandi qualità morali e un campione umanamente non impeccabile, preferisco sempre il primo": parole e pensiero di Antonio Conte, che nella conferenza di presentazione ha fatto capire, seppur tra le righe e senza un riferimento diretto, che atteggiamenti “alla Balotelli” non saranno tollerati. Quindi niente codice etico, autentica follia della passata gestione poiché male applicato (per la serie “la legge non è uguale per tutti”) ma lavoro e soprattutto rigore, che tanto è mancato nelle settimane trascorse in Brasile. E allora, nonostante la sua figura sia discutibile sotto il piano umano e caratteriale, non resta che fare un grande in bocca al lupo a mister Antonio Conte. Affinchè il nostro calcio ormai (Ta)vecchio possa rinnovarsi e recuperare un pelino di credibilità.
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