Per la terza volta in tre settimane, sabato il Bologna si è fatto raggiungere (ma per fortuna non superare) dall’avversaria negli ultimi minuti di gioco. Il terzo giro di bottigliate tafazziane sugli zebedei, costate otto punti che avrebbero proiettato meritatamente il Bologna in testa alla classifica. Lo ripeto, meritatamente, perché mi sto piano piano convincendo che, in questa Serie B, l’unica cosa che i rossoblù debbano temere siano loro stessi, con quella mano che non la smette di prendersi a paccate the jewels of the family (nell’inglese di mr. Flanagan, per adeguarsi al nuovo corso).

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Al Picco il Bologna ha sfidato una delle formazioni più solide e celebrate del campionato, lo Spezia di Bjelica, e per un’ora non le ha fatto vedere palla: scherzati e torellati, i liguri sono usciti allo scoperto solo nell’ultima mezz’ora, quando hanno messo in mostra la loro consueta grinta che li ha portati a pareggiare in extremis. Quindici giorni prima al Dall’Ara è arrivato il Carpi capolista, che ha fatto letteralmente le barricate e Coppola lo ha visto col binocolo, salvandosi dalla sconfitta solo per l’inedia dell’attacco rossoblù. Il Primo Novembre, a Livorno contro una delle pretendenti dichiarate alla promozione, è stato un domino di incertezze difensive a causare la sconfitta della squadra di Lopez, in vantaggio fino a dieci minuti dalla fine. In mezzo, l’harakiri casalingo col Brescia, identico a quello toscano ma forse ancora più indigesto.

Prima di questa serie di partite si imputava ai rossoblù di aver affrontato esclusivamente formazioni di rango inferiore, della parte bassa della classifica, e che era questo il motivo per cui le cose andassero bene. Ora ha cominciato a sfidare le prime della classe, e per trovare il motivo per cui non ha ottenuto nove punti, la squadra di Lopez deve solamente guardarsi allo specchio.

Nessuna l’ha messa sotto, nessuno l’ha ridicolizzata, nessuna insomma si è dimostrata superiore al Bologna. È stato il Bologna stesso a complicarsi costantemente la vita, soprattutto in quella che ormai possiamo definire “zona TroiAbero”. Questo perché, come sappiamo dall’inizio, uno dei problemi più evidenti della rosa è la sua dimensione numerica, troppo esile per affrontare un campionato di vertice in maniera serena. Ma anche perché l’elemento più complicato e laborioso da allenare in una formazione completamente nuova è la mentalità, ed è proprio qui che Diego Lopez deve battere più duramente d’ora in avanti.

Come si allena la mentalità? Non ne ho la più pallida idea. Ma quello che ho visto sinora è un campionato di Serie B poverissimo, nel quale anche un Bologna manchevole di diverse pedine può provare a dire la sua. Al momento, però, a questa squadra manca la mentalità vincente, quella che ti fa ammazzare le partite o portare a casa le sfide in cui non riesci a esprimerti al meglio, come quella contro il Brescia ad esempio. Manca, forse, la consapevolezza di non essere inferiore a molte, quasi nessuna, che ti fa scendere in campo con la (passatemi il termine) sbruffoneria di chi sa di poter vincere, e non ha affatto paura di vincere. Manca la testa giusta, insomma, per combattere novanta minuti e pigliare a sberle avversari che, vedendo la maglia a bande rosse e blu, si rintanano. Siamo il Bologna, facciamoglielo capire.

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