10 gol in 11 partite. Questo lo scarno score del Bologna nel girone di ritorno, ovviamente per quel che riguarda i gol all’attivo. Appena 2, entrambi contro il Perugia, quelli segnati al Dall’Ara, ormai un paio di ere zoologiche fa. Poco, troppo poco per poter seriamente ambire alla promozione diretta in Serie A. È vero, il rendimento del reparto arretrato – dei portieri in particolare – è stato eccellente (5 sole reti subite nello stesso periodo), ma per vincere le partite bisogna fare l’una e l’altra cosa, segnare tanto e subire poco, e al Bologna degli ultimi due mesi il lavoro sta riuscendo solo a metà.
Perché? La questione è stata oggetto di trattazione delle ultime settimane, il più delle volte partendo dall’assunto (quasi un assioma) “È colpa di Lopez”. L’allenatore è salito sul banco degli imputati non solo per via della scarsa qualità ed efficacia del gioco proposto e riproposto negli ultimi mesi, ma anche per le scelte (nella forma e nel merito delle stesse) e per una condizione psico-atletica in netto calo rispetto a quella esibita per gran parte del girone di andata. Il Bologna tiene un sacco la palla, forse troppo, tanto da risultare la miglior squadra della cadetteria per possesso palla e supremazia territoriale. Il problema è che questo sterile controllo del pallone non si traduce quasi mai in reali pericoli per gli avversari, che forse hanno capito i punti deboli del gioco del Bologna o più probabilmente non faticano più di tanto a contenere una squadra che muove tanto il pallone, ma poco in verticale, anche a causa dell’insufficiente movimento senza palla delle punte.
Idee poco chiare sui calci piazzati (anche se da questo punto di vista qualche miglioramento rispetto al recente passato si è visto), scarsa presenza nell’area avversaria e tanta confusione quando si tratta di sfruttare le rare ripartenze che gli avversari concedono. Emblematica in questo senso l’azione che sabato si è conclusa con l’infortunio di Gomis: Sansone è partito palla al piede dalla trequarti difensiva rossoblù e, arrivato tutto solo all’area avversaria, si è trovato in compagnia del solo Masina contro sei giocatori avversari. Oltre ai problemi di squadra, ci sono anche quelli dei singoli, con Cacia troppo abbandonato a se stesso in attacco, Sansone meno decisivo di quanto si potesse pensare e Improta spesso utilizzato in un contesto tattico incapace di esaltarne le caratteristiche. Sembrerà un caso (e probabilmente lo è), ma l’ultima partita davvero positiva del Bologna – quella contro il Perugia – è stata anche l’ultima da titolare di Acquafresca…
Possiamo attaccarci a tutto, anche a questo, per provare a spiegare i problemi del Bologna dell’ultimo periodo e per trovarne la soluzione (potrebbe bastare il ritorno di Acquafresca, no?!), ma la verità è un’altra: a questa squadra manca un risolutore, un giocatore capace di inventarsi i gol da solo (quanto avrebbero fatto comodo Ilicic e Saponara, mannaggia…); mancano piedi, gambe e testa, manca la rabbia, la sete di vittoria che questa squadra sembra aver irrimediabilmente smarrito da quando si è issata al secondo posto, da quando le pressioni sono diventate più difficili da sopportare. Insomma, il Bologna sta mancando sotto tutti i punti di vista da troppo tempo per poter guardare con serenità alle dieci partite che mancano alla fine del campionato. Gli altri corrono, continuando a camminare il sorpasso diverrebbe inevitabile.
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