Sotto le Due Torri vanno di moda le penalizzazioni, quest'anno. Un mese dopo il punto affibbiato al Bologna ne sono infatti arrivati due per la Virtus, e il motivo è lo stesso: ritardo nei pagamenti. Se per i rossoblù la zavorra era stata ampiamente pronosticata, per i bianconeri si tratta di uno smacco a cui bisogna ancora dare una spiegazione: errore o mancanza di fondi? Nell'attesa, la valutazione sul nuovo corso partito lo scorso anno non può che subire anch'essa una decurtazione nel punteggio, poiché di figuracce simili non se ne vedevano da un po'. D'accordo, recentemente se ne erano viste anche di peggiori, a livello d'immagine, senza che però avessero ripercussioni in classifica. Una classifica che la scorsa stagione ha fatto segnare solo un più quattro sulla zona retrocessione, e considerata la partenza ad handicap si dovranno tenere le antenne drittissime.
Potremmo definirla una città penalizzata, la Bologna dei palloni, penalizzata da errori di gestione che ormai ci trasciniamo dietro con speranze minime di emendamento. Nei posti giusti abbiamo gli uomini sbagliati (perché gli errori hanno sempre un nome e un cognome, non sono le società astratte a commetterli). Quelli addetti ai conti, soprattutto, hanno dimostrato pecche imperdonabili: non solo incapaci di arginare situazioni economiche complesse ma, e qui parlo del Bologna, che seguo con maggior attenzione, addirittura in grado di peggiorarle stagione dopo stagione, combinandole con risultati ogni volta inferiori. Possibilità di svolta all'orizzonte non se ne vedono, perché chi ne avrebbe le facoltà se ne tiene alla larga come una volta dagli appestati.
La reazione più umana in momenti così delicati è guardare a chi sta peggio, e quest'estate qualcuno c'è, lo sappiamo bene. La Siena sportiva è stata polverizzata nel giro di venti giorni, prima il basket e a seguire il calcio, conseguenza - col senno di poi - inevitabile della crisi che ha colpito il Monte dei Paschi. Oltre un secolo di storia spazzato via quello della Robur, mentre è scomparsa la squadra dei sette Scudetti, cinque Coppe Italia e sei Supercoppe in otto anni. Lo scioglimento della società cestistica era ormai certo da mesi, così com'è stata di dominio pubblico l'agonia di quella di Mezzaroma, iniziata l'estate scorsa con l'iscrizione alla Serie B in extremis, e proseguita con lo stillicidio dei punti di penalizzazione comminati durante l'arco dell'intera stagione: otto alla fine. Insormontabile il debito di settanta milioni di euro dei bianconeri, che però hanno disputato una stagione encomiabile, mancando i playoff solo all'ultima giornata. Commovente pure il campionato della Mens Sana, arrivata a giocarsi lo Scudetto fino agli ultimi minuti di gara sette contro l'esagerata Armani Jeans. Due canti del cigno.
Stanno peggio, sì, ma il raffronto non mi ha tranquillizzato. Anzi, mi ha innestato una domanda spiacevole: quanto è distante Siena? Due ore di macchina o una stagione? Anche qui mi riferisco in particolare al Bologna FC. I confronti con la Robur non sono incoraggianti, e non si tratta di fare l'uccello del malaugurio, perché se qualcuno pensa che qui si voglia la fine del club, quel qualcuno capisce molto poco. A precisa domanda sulle prospettive della società in mancanza di nuovi investitori sono state bofonchiate rassicurazioni a mezza bocca, poco credibili in quanto arrivate da personaggi che nel recente passato spesso non hanno fatto seguire i fatti alle parole. Non godono più di credito, per quanto mi riguarda. Gli unici ad averlo, a oggi, sono Fusco e Lopez, due vergini che nelle uscite pubbliche (e il diesse anche nei fatti) hanno dimostrato cognizione di causa e concretezza. Gli altri sono i responsabili principali della condizione attuale, e quel meno uno con cui partiremo tra quaranta giorni porta la loro firma.
Pochi soggetti, quindi, sono rei di aver penalizzato Bologna, e a loro fanno da contraltare praticamente tutti gli altri. Perché le risposte del pubblico sono clamorose. Contro il Catania, la gara decisiva della stagione, al Dall'Ara c'erano oltre ventimila persone: ripeto, ventimila, dopo nove mesi di spettacolo inverecondo. Peccato non ci fosse nessuno in campo. E i due palazzetti, nonostante una non bazzichi la Serie A da cinque anni, cambiando nel frattempo più nomi di Prince, e l'altra non imbrocchi una stagione veramente degna del suo nome dai tempi del caterpillar, recitano cifre nell'ordine delle quattromila presenze per la prima, a volte anche il doppio per la seconda. I tifosi quindi ci sono sempre, soprattutto nei momenti di difficoltà. Di più cosa devono fare? Mi piacerebbe chiudere così come Elio chiude Servi della Gleba, ma mi contengo.
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