Ancor oggi davanti a quell’immagine si resta a bocca aperta. Strabiliati. Testimonianza di un gesto che ha reso immortale un campione, la sospensione incredibile di spazio, di corpi e di tempo. Forte come solo una grandissima foto, definita più di qualsiasi parola.
Compie 48 anni il gol più bello della nostra vita, il gol per antonomasia, ancora più valoroso se si pensa che lo ha segnato una persona né più brutta né più bella di tanti altri. Semplicemente, e straordinariamente, vera come Ezio Pascutti.
Il gol, ancora più bello, perché a marcare Ezio mica era uno qualunque. Era Burgnich. Il gol, ancora più bello… perché chissà che conflitto di sensazioni, liberatorie e profonde, che significato doveva avere il gol quel giorno per quel numero 11. Un tuffo per dimenticare lo scherzo atroce del destino, dover saltare lo spareggio dello scudetto.
Vista oggi, la rinuncia di Ezio il grande a quella partita, rinuncia imposta da un uomo del calibro di Bernardini, è un incredibile gesto d’amore e di coraggio. D’amore, perché oggi un titolare privato della possibilità di scendere in campo, il giorno dopo prende su baracca e burattini e va a giocare altrove. Pascutti no. Di coraggio, perché ce ne vuole tanto a rimanere fuori in una gara così.
Ma torniamo al significato di quel gol. Era il 4 dicembre 1966. Il Bologna vinse 3 a 2, e il tuffo fu talmente bello e prezioso da cancellare due strepitose prodezze, il destro d’esterno all’incrocio dei pali di Bulgarelli e la volata di Perani che sigillò il successo con un tocco d’anticipo nell’angolino basso sull’uscita del casteld’argilese Giuliano Sarti. Pure straordinario il gol di Mariolino Corso, che mise a sedere la difesa e poi Vavassori per scaricare uno dei due gol nerazzurri.
Nomi di grandi protagonisti che oscurano la prodezza di un fotoreporter allora di primissimo pelo. Bologna vantava i Breveglieri, i Villani, i Comaschi, grandissimi giornalisti cioè applicati all’arte di raccontare attraverso l’immagine.
L’ultimo arrivato si chiamava Maurizio Parenti, era appena stato assunto dall’ANSA, quando si trovò a scattare la foto più importante della sua vita. E dire che, come capitava ai novellini, a lui era di solito riservata la porta avversaria. Quella dove attaccava il Bologna se la prendeva il capo. Con grande modestia, Parenti racconta la leggenda di un clic, come un gesto di fortuna, racconta che quella foto fu premiata come foto del mese con 10mila lire, cifra esorbitante, di cui non restò traccia dopo una faraonica cena offerta alla redazione dal pivellino. Racconta che bastò un clic, non la scarica di scatti che le macchine fotografiche consentono ai fotoreporter di oggi. Racconta che era arrivato tardi allo stadio e da poco aveva trovato posto, di lato rispetto alla porta. Di lì a poco l’appuntamento con la storia. Racconta di Nino Comaschi dietro a Sarti e del figlio Giorgio che scattò in piedi esultando dopo il volo d’angelo. Come non capirlo? Come non invidiare chi può dire “Io c’ero”?
Quelli eran giorni, refrain di una vecchia canzone, al mondo non puoi chiedere di più. Erano giorni per il Bologna, erano giorni per i poeti dello scatto fotografico, che hanno fatto le fortune dei giornali e che i giornali oggi hanno ripudiato. Erano giorni in bianco e nero che ci coloravano l’anima molto più di oggi.
Non ringrazieremo mai abbastanza Parenti, i suoi fratelli e i suoi figli in arte. E non ringrazieremo mai abbastanza il valoroso Ezio per quel gol.
In quel preciso "attimo fermato”, il Dio calcio si è fatto uomo ed è sceso sulla terra
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