Prendete Bologna-Catania, undici maggio scorso. La gara decisiva, la partita del dentro o fuori definitivo. Bisogna dare tutto altrimenti finisce qua, l’ultimo spenga la luce e la prossima stagione la riaccendiamo di sabato. Lo stadio è incredibilmente pieno, la gente è venuta a vederti perché quella maglia la si sostiene sempre, comunque stiano andando le cose. Atmosfera pazzesca, non importa neanche correre perché sono le urla assordanti dei tifosi a sospingerti per il terreno di gioco.
Bene: sotto uno a zero dopo venti minuti, luce spenta e addio Serie A per mano dell’unica squadra arrivata dietro di te in classifica.
Nessuna determinazione, nessuna rabbia, collassati per l’ennesima volta nel momento cruciale nonostante una cornice unica che non avevi fatto nulla per guadagnarti. Perché il Bologna dello scorso anno era sì dannatamente scarso ma, soprattutto, era dannatamente mollo (per usare un termine caro a un ex allenatore rossoblù): ed è stata questa la sua colpa esiziale. Essere tristi è un elemento imprescindibile per raggiungere il traguardo della retrocessione, ma nel contesto della peggior Serie A della storia sarebbero potuti bastare degli attributi consistenti per riuscire a venir fuori indenni dalle sabbie mobili del fondo classifica. Purtroppo tali appendici sferiche non pervennero praticamente mai nel corso della stagione, e il risultato è quello che conosciamo. Meritatissimo.
Io dubito che nella prossima stagione il Bologna riuscirà a competere per la promozione, ci sono talmente tanti problemi che sperare di tornare subito dove la città e la tifoseria meriterebbero sia una pura utopia. Ma se per questo posso già cominciare a farmene una ragione da adesso, in modo da non restare deluso più avanti, una cosa su cui sarò intransigente sarà appunto l’atteggiamento in campo: una formazione priva di nerbo come l'ultima non la voglio vedere più, mai più. Perché se per le qualità tecniche non c’è molto da fare, o le hai oppure no, la voglia invece va trovata sempre, soprattutto nei momenti di difficoltà.
Perciò, dopo qualche giorno di perplessità, sono contento dell’ingaggio di Diego Lopez, el jefe (il capo): il sincero imprimatur dato da Renzaccio, uno che sulla determinazione ha costruito parecchi dei suoi successi bolognesi, ha tolto gli ultimi dubbi che avevo. Uruguagio carismatico, Lopez troverà una situazione ambientale complessa ma questo non lo spaventa, altrimenti non avrebbe accettato e si sarebbe limitato a godersi il contratto in essere con il Cagliari restando in panciolle. Toccherà a lui trasmettere ai giocatori la garra essenziale ad affrontare un campionato ostico come la Serie B, un campionato zeppo di insidie dove di prigionieri non se ne fanno.
Per lo stesso motivo, poi, sono ancora più contento dell’acquisto di Matuzalem, uno che nel corso della sua carriera non ha mai peccato in cojones. Anzi, a volte ha dimostrato di averne in eccesso, ma dopo una stagione passata a osservare encefalogrammi quasi piatti preferisco di gran lunga ragazzi che, tra le due, con la cattiveria esagerino. Con la sua esperienza dovrà essere da esempio a chi gli starà attorno, facendosi sentire quando percepirà la mancanza dello spirito giusto.
Niente pecore al pascolo, niente inerti, niente mosci, niente abulici, niente indolenti: abbiamo già dato lo scorso anno. Garra y cojones, il resto viene dopo.
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