Niente, non ce la possiamo fare. Sono ormai due mesi che al Dall’Ara il Bologna non segna, non vince, non gioca: forse, per non farsi andare di traverso i tortellini che speriamo cominci ad apprezzare, a Saputo converrebbe presentarsi solo in trasferta. Fuori casa, almeno, un gol lo vedrebbe: solo in tre partite esterne, infatti, il Bologna non è andato a segno, mentre con quella di ieri sono salite a cinque le gare casalinghe consecutive senza bucare la porta avversaria. Ormai esiste una sindrome Dall’Ara, è un dato di fatto.



Anche contro il Modena, squadra in ottima forma, per carità, la fatica con cui il Bologna si è portato in attacco è stata demoralizzante, per poi tra l’altro riuscire puntualmente a non impensierire Pinsoglio. Le occasioni più ghiotte per i padroni di casa sono capitate a Daniele Cacia, che otto giorni fa dominava a Varese mentre ieri appariva pure lui inghiottito nell’ansia generale. Un palo violentissimo e un tiretto che poteva essere scoccato assai meglio le trasformazioni del numero nove, opaco e impreciso anche in fase di costruzione. Al suo fianco Lopez ha preferito Improta a Sansone, una scelta non da strapparsi i capelli visto che le prestazioni da titolare del mancino in prestito dalla Sampdoria non sono mai state eccezionali (immenso eufemismo): sempre meglio entrando a gara in corso, come con il Perugia o con il Varese, ma purtroppo ieri non è riuscito a imprimere un cambio di passo alla partita.

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Partita che avrebbe potuto finire diversamente, in peggio, se nel finale di primo tempo il guardalinee non avesse annullato ingiustamente un gol a Granoche: se fosse successo al contrario, alla Madonna di San Luca sarebbero fischiate le orecchie. Andata bene, andata benone, andata benissimo, visto che oltretutto i canarini hanno avuto altre due/tre chance nitide (gran volo dell’esordiente Da Costa in una di queste). Quindi al fischio finale tutti in sala stampa a fare mea culpa, vero? Quasi.

Dopo la sconfitta contro il Vicenza pensai che la prima cosa da fare fosse ammettere la serietà della situazione, elemento imprescindibile per riuscire a uscirne. Oggi, a maggior ragione, andava fatta la stessa cosa. Non è successo né nel post-Vicenza né nel post-Modena, e questo preoccupa. Perché l’ottimismo è una chiave di lettura della vita che spesso aiuta a non abbattersi e superare le difficoltà, ma la consapevolezza, a patto che non si tramuti automaticamente in pessimismo cosmico, aiuta molto di più. E la consapevolezza, almeno nelle parole ufficiali, sembra mancare a Diego Lopez. Il Bologna è sempre secondo, e come ricorda il presidente oggi saremmo in Serie A. Ed è quello che auguro all’allenatore uruguagio: essere promosso, magari vincendo pure il campionato, per poi mandare tutta la stampa a quel paese come vorrebbe fare ogni santa volta che la incontra (o almeno sembra). Ma continuando a giocare così, il rischio di restare bruciati esiste, non neghiamocelo. Allora ammettiamolo, dai. Possiamo pure parlarne assieme, seduti in cerchio, che magari viene più facile:

“Ciao, mi chiamo Bologna e ho un problema con il Dall’Ara”.

"Ciao Bologna".

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