Ieri pomeriggio abbiamo assistito all'ennesimo colpo di scena in una vicenda che ha assunto tratti grotteschi visto che in teoria dovrebbe essere un progetto utile pensato e realizzato solo per il bene del Bologna. Evitare di pagare un affitto a Casteldebole, conferire al club una struttura di proprietà e far allenare tutte insieme le squadre dalle giovanili ai professionisti sono sicuramente tutti buoni propositi che avrebbero potuto incontrare il favore non solo degli enti pubblici, ma anche di cittadini e tifosi. Il problema è che nel progetto relativo al nuovo centro tecnico di Granarolo ci sono troppi punti oscuri e inoltre è difficile riuscire a scindere la spesa ingente da affrontare per questo immobile dalle campagne acquisti al risparmio condotte per rinforzare la squadra. Sono tante le domande che da mesi affollano la mente non solo dei tifosi ma anche di cittadini, ambientalisti ed esperti del settore. Innanzitutto ci si chiede perchè mai in un momento di evidente crisi economica globale una squadra di calcio debba investire denaro in un progetto immobiliare che non riguarda il cosiddetto "core business" della società che dovrebbe essere l'aspetto tecnico del gioco. A maggior ragione visto che il restauro dell'ormai fatiscente stadio Dall'Ara appare decisamente più urgente della realizzazione di un nuovo centro tecnico. Gli enigmi proseguono poi analizzando l'aspetto sociale di questa impresa ovvero l'ormai famigerato "rilevante interesse pubblico" che avrebbe dovuto guidare Comune e Provincia nell'iter di approvazione del progetto. Serve davvero un immenso impianto sportivo nella periferia di Granarolo che risulta anche priva di adeguati collegamenti stradali? Questo centro tecnico porterà davvero l'auspicato rilancio commerciale dell'area e quindi nuovi posti di lavoro e opportunità commerciali? Molti cittadini dubitano che la risposta a queste domande sia affermativa e allora legittimamente si chiedono perchè mai si debbano sacrificare 22 ettari di terreno agricolo il cui valore magari è stato anche fatto lievitare dalla possibilità di renderlo edificabile. A questo punto sorgono anche le perplessità di natura economica visto che quell'appezzamento è stato acquistato dal Bologna FC (a bilancio chiuso) pagando circa 1.6 milioni di euro ad un suo stesso socio nonostante una valutazione decisamente inferiore dei terreni circostanti. I tifosi poi avanzano forti dubbi sull'opportunità di legare il club al Credito Sportivo con un debito ventennale in un momento in cui sul campo i rossoblù annaspano con sempre maggiore fatica alla ricerca della salvezza. Il CONI ha dato il suo assenso all'operazione ma ora tocca alla società felsinea trovare le garanzie necessarie ad accendere il mutuo e qui emergono i fantasmi di Sacrati e di quel denaro perso dal Comune di Bologna per ripagare il debito del PalaDozza. In questo caso sarà la giunta di Granarolo a garantire per il Bologna? In tal caso è facile prevedere la reazione scandalizzata dei cittadini di un comune di appena 10mila abitanti pronto ad impegnarsi come garante di un mutuo da oltre 20 milioni di euro. Come se tutto questo non bastasse ci sono anche enormi dubbi dal punto di vista ambientale visto che l'area in cui dovrebbe sorgere il centro tecnico si trova proprio sotto i tralicci dell'alta tensione e quindi esposta a concreti rischi di elettrosmog. Mettendo insieme tutti questi fattori diventa chiaro capire il motivo per cui le ruspe non siano ancora entrate in azione nonostante le rosee previsioni congiunte del Bologna e del Comune stesso. Inutile pensare che sia un'indagine conoscitiva della Procura a bloccare il progetto, ma sicuramente i responsabili potrebbero iniziare a porsi seri dubbi sull'opportunità di proseguire su una strada che sarà sempre in salita.
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