Il bello dei traslochi è che riemergono dalle scartoffie impensabili ispirazioni per affrontare il presente e guardare al futuro con rinnovata fiducia. Lavorando in un ufficio stampa, era inevitabile che incappassi in una pila di riviste e quotidiani ormai ingialliti, conservati per salvare un trafiletto di segnalazioni che magari nessuno ha letto. Tuttavia, tra le notizie ormai sbiadite di notizie più o meno attendibili, sono stata attratta da un virgolettato: “Semplicità ed equilibrio. Non c’è molto da inventare.” Così titolava una pagina di Repubblica firmata da Saverio Intorcia all’indomani dell’esordio di Stefano Pioli nei panni di neo allenatore del Bologna. L’articolo è datato 16 Ottobre 2011, due anni fa (ci siamo quasi) e il Bfc si preparava ad affrontare il Novara. L’ex allenatore del Palermo inaugurava un 4-3-2-1, modulo ormai collaudato, piazzando sul campo sintetico del Silvio Piola le risorse più brillanti della stagione ai tempi di Di Vaio, Taider e Mudingayi. In apertura, il giornalista scriveva: “sull’erba finta, Stefano Pioli cerca una squadra vera”. Parole che probabilmente suonavano come una ventata d’aria fresca e un chiaro segnale di ripresa per una squadra che rischiava già all’epoca di tornare in B. Le stesse che oggi solleverebbero ulteriori critiche nei confronti del pluribersagliato allenatore parmense… specie dopo l’ultima pesante sconfitta contro la Roma.

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Noi ragazze sappiamo bene che se c’è una cosa che i nostri fidanzati non dimenticano è una pessima stagione di campionato! Anniversari e appuntamenti dal dottore possono aspettare. Tuttavia, da un po’ di tempo a questa parte, buttando l’occhio al monitor HD del mio moroso durante le partite, non ho potuto fare a meno di notare che spesso proprio negli stadi, nelle molteplici arene sempreverdi, là dove le foglie secche dell’autunno in arrivo non cadono mai e al massimo piovono striscioline colorate, fumogeni come nebbia, cori e grida di esultanza al posto di tuoni e fulmini... proprio negli stadi si respira un’aria artificiale e satura di complicazioni, eccessi e stranezze degne di una commedia all’italiana interpretata da Massimo Boldi e Lino Banfi. L’allenatore è nel pallone? Palle “possedute” più che possessi palla? L’unico aspetto curato nei minimi dettagli è il look: creste da fare invidia a un chitarrista punk, tatuaggi in bella vista su bicipiti e avambracci, volti tonici e levigati... Dettagli che senza dubbio rendono i giocatori più desiderabili sotto il profilo estetico, ma che non sempre trovano rispondenza nella nostra capacità di fissarli per più di due minuti quando tattica, personalità e agonismo in campo lasciano, per l’appunto, a desiderare. Se potessi fare una “cronaca gossip” degli attuali match disputati, dovrei annotare continuamente falli di barba in contropelo, sgualcimenti di t-shirt da bordo campo, ammonizioni per spettinature a tradimento e calci di punizione per uso improprio di slip D&G. A volte mi domando se quando si avvicinano tra loro per dirsi qualcosa all’orecchio durante un’azione, in realtà i giocatori non si facciano maliziose confidenze sull’ultima marca di colonia usata: “Bravo, passaggio fantastico... per caso in spogliatoio hai spruzzato il mio Hugo Boss? Dopo in doccia ti faccio provare il mio Badedas...”.

A parte i toni ironici di questo editoriale fuori dalle righe e dai denti, credo che non sia solo il punto di vista femminile a notare che il calcio italiano somigli sempre più a una sudaticcia sfilata di look e tendenze che a un ambito della vita in cui il talento, le capacità e le motivazioni fanno la differenza tra una squadra vincente e una da retrocessione. Se stai in serie A, ovviamente, hai una reputazione di difendere e mi rendo perfettamente conto che i giocatori, per contratto, sono legati ai loro Sponsor. Devono essere aitanti, belli e virtuosi come li vedi sui cartelloni pubblicitari quando indossano l’ultimo modello delle Nike o diventano ologrammi da museo per gli abbonati Sky. E’ il loro mestiere, bisogna curare anche l’aspetto esteriore e come recitava un celebre slogan sappiamo bene che in questo ambiente l’immagine è tutto e la sete è zero… Strike?

Tornando al Bologna, tuttavia, vorrei per un istante ricordare quelle parole asciutte e oneste del mister Stefano Pioli, in un momento d’inizio campionato dove le aspettative sono tante quante le forzature e le delusioni. “Ripartire dalla certezza del modulo” è una frase che aveva un senso nel 2011, quando la rosa del Bfc includeva marcatori del calibro di Di Vaio accanto a Diamanti, Taider, Ramirez e al belga Mudingayi a centrocampo - secondo le statistiche di Serie A, il giocatore che recupera più palloni (Fonte Wikipedia). Ma i tempi sono cambiati e gli acquisti recenti nell’ultima combattuta sessione di calcio-mercato hanno definito il restyling dei rossoblù aprendo a nuovi scenari che, ad oggi, si sono intricati come i cavi delle cuffie del mio I-pod in borsa. Tra i nuovi acquisti abbiamo Bianchi, Cristaldo, Laxalt... La neonata formazione ha bisogno di una re-visione e un po’ di tempo per amalgamare i ruoli in modo che trovino, per dirla con un termine preso a prestito dal Golf, il proprio swing personale e collettivo. La percezione che tutti noi abbiamo è quella di assistere alle partite del Subbuteo, con omarini oscillanti, in equilibro precario, la cui azione dipende dalla forza più o meno forte o debole della “schicchera” del presidente/allenatore di turno. Semplicità ed equilibrio, su questo non ci “Pioli” :) Aggiungerei: forse c’è anche bisogno di amore?

Per noi ragazze che se ci chiedono “cos’è il fuori gioco?” rispondiamo “quando l’arbitro espelle un calciatore” o simili eresie, conquistando il cuore di questi bravi tifosi che godono nel notare quel rossore d’imbarazzo sulle nostre gote... per noi che “la domenica ci lasciate sempre sole”, anche a noi, a volte, piacerebbe sapere che questo strano mondo dove 11 uomini in calzoncini guadagnano miliardi per rincorrere una palla, questo mondo dove il futuro di un giocatore professionista dipende da quanti gol segna in quei furenti 90 minuti e quanti ne accumula in carriera, in questa arena sempreverde dove a volte piovono coriandoli ci sia un motivo per vincere che vada al di là della reputazione, del denaro e del sex appeal. Che per i calciatori si tratti di difendere con dedizione di un sogno divenuto realtà. Insomma, come scrissi a mio fratello in un momento particolarmente difficile, « c’è una stagione gloriosa che ogni uomo ha il diritto di vincere. C'è un momento in cui "segnare" la propria vita di emozioni non è una possibilità tra le tante, ma l'unica realtà possibile. Arriva il giorno in cui non basta più considerare le alternative, ma pretendere di essere scelti”.

Ecco ragazzi, io non ne capisco molto di calcio ma mi piacciono gli uomini “con le palle”, questo sport mi appassiona e ho la netta sensazione che ciò che manchi al Bfc sia solo una motivazione sincera e genuina per vincere e farci emozionare. So che i colleghi giornalisti, per essere credibili, devono basare le proprie valutazioni su statistiche di mercato, dati tecnici e osservazioni realiste sul campo, ma ho sempre pensato che nello sport, come nella vita di tutti i giorni, per superare le difficoltà e fronteggiare i momenti di sfiga ci voglia anche un motivo reale per sudare e infortunarsi in quei novanta minuti, con qualsiasi condizione climatica e in qualunque stadio del pianeta terra. Una ragione che vada ben al di là dell’ingaggio con cui un giocatore è stato ceduto, “comproprietato” o acquistato. Nessuno vuole sentirsi comprato o venduto senza la garanzia di poter dare e ricevere emozioni anzitutto dalla squadra e poi dalla tribuna. Il coro c’è, ci sarà comunque. Ci saranno sempre i simpatizzanti, i nuovi e i vecchi abbonati e magari il Dall’Ara sarà restaurato e ricostruito dedicando il nome di una curva a Lucio Dalla (non sarebbe un’idea malvagia per riconquistare l’apprezzamento delle tifoserie e recuperare un po’ di fiducia). I Presidenti sono spesso quelli sbagliati, e sono i primi ad accorgersene quando le cose vanno male. D’altra parte, un po’ come in tutti i mestieri, il Capo è per definizione quello di cui sparlare, e non sempre gode della nostra stima. Se amiamo il nostro lavoro, tuttavia, dopo aver borbottato davanti una pizza tra colleghi o dopo una conferenza stampa a microfoni spenti, continuiamo a credere che ogni giorno i nostri sforzi renderanno il mondo migliore. Che vale la pena insistere. Io credo che valga la pena crederci. E aspettare, pazientemente, che questo Bologna entri nel mood autunnale: del resto, come si diceva, i campi di calcio sono sempreverdi. Ci aspettiamo qualche piccolo miracolo come la fioritura tardiva di “Rose” in inverno.

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