Sicuramente millecinquecento, probabilmente duemila. Erano in tanti, questo sì, ieri pomeriggio a Zola Predosa, con un unico obiettivo: gridare l’ultimatum a Guaraldi. E per farglielo sentire meglio non c’era luogo migliore del paese alle porte di Bologna in cui vive, con un corteo che lasciata la stazione si è fermato proprio a poche centinaia di metri dall’abitazione del presidente. Ma andiamo con ordine.
Quando sono quasi le due e dieci, nel piazzale del Municipio di gente non c’è tanta, qualche centinaio. Si vendono le magliette e gli adesivi con le caricature di Guaraldi, e il merchandising ha un discreto successo. Verso le due e un quarto ecco che arriva il treno partito mezzora prima dalla stazione centrale, un due vagoni i cui unici passeggeri sono una nutrita pattuglia di tifosi che appena scesi corrono a rimpolpare piazza della Repubblica. Intanto si cominciano a vedere i primi striscioni, virgolettati del presidente del Bologna che sono stati poi smentiti dalla realtà: da ‘Ramirez resta’ a ‘Taider lo vendiamo solo per venti milioni’, fino al ‘thank you for your professionality’ della famosa lettera spedita al Guangzhou. Frasi che pesano nel curriculum dell’uomo di Futura Costruzioni, e che nessuno dei presenti pare essersi scordato. Ormai però sono le due e mezza, bisognerebbe cominciare a muoversi, ma per aspettare i ritardatari la partenza viene slittata alle tre. E, in effetti, altri ne arrivano, mentre dalle casse la voce di Freak Antoni strilla FedeRossobù, l’inno composto dagli Skiantos: “Chiediamo ufficialmente che questa canzone sia suonata prima di ogni partita del Bologna” dicono dal camion. Stavolta, sottointeso, per intero. Finito il pezzo tocca a Dino Sarti e alla sua Bologna Campione, ma ormai si stanno facendo le tre e Cristian della Beata Gioventù prende il microfono per spiegare il senso della manifestazione: “Guaraldi deve regalare il Bologna, la sua presenza non ha più senso perché tiene solo alle sue aziende”. E poi un messaggio a tutti i tifosi rossoblù presenti, da diffondere anche prima della sfida cruciale contro il Cagliari: “Il nostro primo obiettivo è che la squadra rimanga in Serie A, per cui contestiamo qua ma non allo stadio: domani il Bologna dovrà avere il nostro supporto, perché siamo l’arma in più”. Un pensiero lodevole viste le ultime uscite della formazione di Ballardini. Passa un treno e il macchinista scarica il fischio, forse vorrebbe essere in piazza anche lui. Fatto sta che, nemmeno fosse stato un arbitro, si parte.
Camioncino in testa, poi lo striscione gigante ‘Fuori da Bologna’ sorretto da parecchi ragazzi. “State tutti dietro lo striscione” si raccomandano gli organizzatori, e così il colpo d’occhio non è male: un corteo corto ma decisamente compatto, al suo interno si fa fatica a muoversi. Sì, la gente ha risposto presente: duemila ce ne sono. La marcia procede lenta e rumorosa, con cori continui a volte più, a volte meno offensivi verso Guaraldi. Ogni tanto scoppia un petardo, spesso l’aria viene colorata dai fumogeni. Lasciata via Risorgimento il corteo sale su per via Dante, dove gli ultras allargano il mirino tirando dentro anche altri soci: Pavignani, Rimondi, Renda e, naturalmente, Gianni Morandi con la querelle post Bologna-Napoli. È solo una breve parentesi, però, perché l’obiettivo resta Albano Guaraldi, la cui casa si fa sempre più vicina. Raggiunta la cima della collina, infatti, i tifosi prendono verso sinistra e arrivano al parco Respighi. Trecento metri più avanti un cordone di polizia in tenuta antisommossa blocca la strada, segno che l’abitazione del presidente è ormai a pochi passi. Però le intenzioni non sono per nulla bellicose, come era stato promesso, e una volta fermatisi in uno spiazzo dal camioncino arrivano i ringraziamenti per il successo della manifestazione: “Siamo fantastici” si sente dal megafono, e dopo aver indirizzato qualche altro coro verso il presidente, la massa si disperde lentamente. Il messaggio è arrivato forte e chiaro: loro, così, non vogliono più andare avanti.
Già, ma Guaraldi? Appena indetta la manifestazione era subito girata la voce che quel giorno non sarebbe stato in casa, ma le telecamere di Repubblica hanno raccontato il contrario. C’era, e si è molto arrabbiato con i giornalisti che hanno provato a chiedergli qualcosa: “Sono degli avvoltoi – sbotta con il carabiniere reo di aver fatto arrivare la stampa fin lì – e godono come dei pulcini. Non hanno capito che vanno a casa tutti quando il Bologna va in B”. Uno sfogo nervoso, di un presidente a cui ieri le orecchie sono fischiate fortissimo. È a lui che i tifosi hanno proprio chiesto di andare a casa, e lo hanno fatto in maniera tanto corretta quanto netta e decisa, perché in questi anni hanno visto un crollo verticale della loro squadra, dei colori che amano, fino a ritrovarsi oggi a un passo dal baratro. Un crollo causato da una gestione societaria raffazzonata che di prospettive, se non cementificatrici, non ne dà. Anzi.
Da venerdì la disponibilità da parte del presidente a vendere c’è ufficialmente, vediamo se dopo la contestazione di ieri qualcuno si farà avanti altrettanto ufficialmente.
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