Tutti hanno applaudito la Juve per aver riempito la curva, chiusa per “discriminazione territoriale”, con dei bambini, tutti poi si sono meravigliati che i bambini non abbiano rivolto esattamente paroline gentili a Brkic e compagni. Viene da chiedersi se tutti questi galantuomini abbiano mai, nel loro candore, assistito ad una qualsiasi partitella di calcetto tra bambini, dove sfottò e prese in giro, anche colorite, sono parte del gioco. E non è vero che lo hanno fatto per imitazione degli adulti, perché i bambini sanno distinguere molto meglio dei “grandi” il confine tra gioco e realtà.

Immagine non disponibile

Proprio per arginare i comportamenti più beceri, gli illuminati dirigenti federali, che viene da chiedersi perché non governino il Paese, viste la qualità delle loro idee, hanno pensato di introdurre questa ormai famosa discriminazione territoriale. La simpatica novità, introdotta da questo campionato, caso unico in tutti i campionati europei, ha stupito lo stesso presidente del UEFA Platini, che pur si batte per l’estirpazione del razzismo dagli stadi. “Cosa sia la discriminazione territoriale l’ho imparato da poco, è un concetto tutto italiano” aveva chiosato Michel qualche tempo fa, con un velo d’ironia forse.

Cosa sia in soldoni lo abbiamo capito tutti: è una sorta di “razzismo campanilistico”, vengono colpiti i cori “discriminatori” fatti contro la squadra avversaria. Perfetto, ma quali cori sono da punire? Gridare “Juve ladra!” è la stessa cosa che offendere la memoria dei morti della tragedia di Superga? Insultare un calciatore africano per il colore della sua pelle è come dire “Interisti polentoni”? Ci si nasconde dietro un dito come al solito e invece di migliorare, le cose peggiorano.

La generalizzazione è un male, danneggia tutto e tutti e non permette di stigmatizzare adeguatamente i comportamenti davvero deplorevoli. La norma sulla discriminazione territoriale non è chiara su cosa sia da definire semplice sfottò e cosa discriminazione, ed è inevitabile che i confini delle due cose siano sfumati e non facilmente individuabili come nel caso dei cori razzisti o di vilipendio alla memoria di vittime di una qualsiasi tragedia. Si rischia quindi di generalizzare, ottenendo due effetti negativi: togliere del sano divertimento al tifo e mancare lo scopo educativo che la norma si pone di avere.

Il problema della discriminazione territoriale è che non tiene conto del contesto culturale in cui va ad operare, nel calcio italiano, da sempre vissuto con grande passione da tutti, dagli ultras al vecchietto del bar; lo sfottò contro l’avversario è insito nel DNA del tifoso e fa parte del gioco. E lo sfottò va spesso a colpire realtà territoriali, visto che il calcio è radicato sul territorio più di qualsiasi altra cosa, partito politico o associazione che sia.

Non si può avere la presunzione di cambiare la cultura del tifo italiano solo perché ai vertici della federazione sembrano più a modo i tifosi all’inglese, non lo si può fare così, confondendo problemi culturali gravi, come il razzismo, la violenza negli stadi, con banali sfottò e litigi da bar.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Commenti
Tutti
Leggi altri commenti