C’era lo stadio pieno il primo giugno del duemilaotto, quando il Bologna era tornato al piano più alto, dove doveva stare. E c’era lo stadio pieno pure ieri, undici maggio duemilaquattordici, quando il Bologna è sprofondato dove, oggi, merita di stare: in Serie B. Due situazioni opposte, una celebrazione di gioia sfrenata e una veglia funebre, con in comune solamente i colori rossoblù e la passione incrollabile dei tifosi. Il resto, in sei anni, è tutto cambiato.

Sei anni durante i quali si è susseguito un numero esagerato di presidenti, quasi tutti con la cazzuola in mano e tutti, rigorosamente, mai all’altezza della situazione o rimasti in carica troppo poco tempo per essere giudicati. E i cambiamenti occorsi in tale lasso di tempo sono stati a volte enormi, a volte impercettibili, ma ognuno di questi è stato un mattone che è andato a comporre un muro del pianto su cui il tifoso del Bologna ha continuato inevitabilmente a versare lacrime. L’unico muro, tra l’altro, che codesti signori con ambizioni più edilizie che sportive sono stati in grado di costruire.

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Inevitabile, però, cercare un istante sulla linea del tempo nel quale il gorgo che ci ha trascinati alla retrocessione ha cominciato a girare in maniera più vorticosa. E quell’istante è ben evidente, risale a poco più di tre anni fa ed è il sette aprile del duemilaundici. Quel giovedì di primavera Albano Guaraldi diventò presidente del Bologna Football Club 1909. Addirittura, sei mesi dopo acquisì le quote per issarsi a socio di maggioranza. E oggi, dopo tre anni di gestione incompetente e fallimentare, dopo aver scialato il tesoro ereditato da Sergio Porcedda (non sono ironico), dopo essersi impegnato profondamente per agguantare una retrocessione finalmente raggiunta, oggi l’unica cosa che mi chiedo è: perché?

Perché Guaraldi? Perché ha comprato il Bologna? Perché si è andato a ficcare in un ambiente che non è assolutamente il suo? Perché ha allontanato le uniche persone competenti e che avrebbero potuto darle una mano? Perché invece ha tenuto quelle che non hanno fatto altro che contribuire a questo disastro sportivo? Perché, una volta resosi conto della sua inadeguatezza al ruolo ricoperto, si è ostinato ad andare avanti, anche quando ha avuto la chance di liberarsi della società, e di liberarla a sua volta dalla sua presenza? Perché, in sostanza, in questi tre anni si è mosso quotidianamente per rovinare il Bologna? Perché ha voluto uccidere il sogno di migliaia di persone? Perché questo ha fatto, ha ammazzato un sogno non suo: uno dei crimini più biechi. Una risposta io non ce l’ho e, temo, non ce l’ha neanche lei.

Ieri, in mezzo a quelle decine di migliaia di tifosi presenti al Dall’Ara, lei non c’era. Mi piace sperare sia il preludio di quanto accadrà l’anno prossimo, quando giocheremo di sabato e invece che a San Siro entreremo in fila per uno al Comunale di Chiavari. Ci sono tre mesi di tempo per passare di mano la società, un atto che sarebbe praticamente dovuto. Perché l’unico minuscolo sogno rimasto al tifoso bolognese è che questa retrocessione serva almeno a non rivederla più come proprietario del Bologna: non gli ammazzi anche quello, per favore.

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