Premessa doverosa: le “imprese” sono altre. Però, bella un bel po’.

Pioli con forse colpevole ritardo su base stagionale, trova la quadra e griffa un abito perfetto per la sua dama, quel 4-2-3-1 che calza a pennello sui migliori elementi di questa infinita rosa: quando schieri gente che bacia il pallone, automaticamente ti assicuri minuti in più di possesso palla di qualità, e a cascata altri benefit gratuiti come un autostima in crescendo esponenziale, nuovi innesti che si ambientano subito, il miglior attacco da 2 mesi, uno stadio pieno sabato sera…

Altro optional compreso nel prezzo? Un Gilardino da Nazionale vera, mica chioccia, tappabuchi, rimpiazzo, sesta punta su sei…questo, signori, l’ha buttata dentro 157 volte solo con squadre di club, e sfiora i 200 se aggiungiamo le sviolinate vestito d’azzurro, questo è un lupo, non ti lascia scampo mai se sei alla sua portata. Insomma se dietro hai un portiere che para, due biondi che danno serenità al centrocampo, un Perez che è ovunque, e tre amici con cui far divertire Lupo Alberto là davanti, beh, i crismi per far diventar matti un po’ tutti da qua a maggio ci sono eccome.

Piaciuti quasi tutti, una spanna sopra El Ruso, un velo sotto Lazaros e Taider, lascia qualche smorfia Curci ma il suo mestiere lo conosce, poi se negli occhi abbiamo ancora Pagliuca, amen. Sorensen diventerà un eccellente difensore, Morleo sta piano piano imparando a essere anche un terzino e non un generico "laterale", Naldo ha ragione di esser buttato dentro, Gabbiadini è un calciatore raro, dai tocchi e dalla velocità di pensiero talvolta sublimi, con tutta l’incostanza del caso per un giovane predestinato. A chi assomiglia? A sprazzi, mi ricorda il primissimo Mancini.

L'Inter è sembrata messa in campo dal televoto, 11 personaggi che forse neanche si conoscono tutti per nome, e la missione di Pioli, diciamocelo, tatticamente non è stata proprio di quelle impossibili. In Coppa, in qualche modo, anzi, in “quel” modo, girò male, malissimo, troppo per potersi ripetere forse. Sia il Bologna, sia l’Inter. Troppa la differenza nel palleggio, nella tenuta fisica e mentale, nella convinzione in quel che in campo si andava a fare e si stava facendo. La differenza tra giocare a calcio e a calci, giocare a pallone o a perone. L’Inter sta vivendo da giugno sui confini labili che dividono l’originalità dal folklore (fuori Sneijder, dentro Rocchi e Schelotto), tra colpi di tacco e colpi di pacco (Carew..sì, è successo davvero!), miti precoci e history repeating (Kovacic, Cassano), prestazioni ormai ingiallite e altre da Partita Del Cuore, con dei novelli Amendola in regìa e Vallesi battitore libero.

Il Bologna-squadra ora ha un senso, arriva fisicamente bene allo sprint, là dietro nessuno dagli Inferi del terzultimo posto farà più il solletico ed è proprio questo il momento in cui si deve evitare di darsi delle martellate da soli, soprattutto là dove fa più male. All’ordine del mese di marzo bisogna chiarire le posizioni dei leader della squadra, dell’allenatore, del direttore sportivo. Oggi, non a giugno.

E sabato sera, fare Il Bologna.

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