Una settimana fa avrei dato tutto per mettermi nei panni di un tifoso del Torino. Avrei evitato l'assalto di amici idrofobi e furiosi per la cessione di Diamanti a mercato chiuso: un evento che ha rasentato il drammatico per chi aveva deciso di non privare la propria squadra di fantacalcio del trequartista toscano. A questi personaggi ho vivamente sconsigliato l'acquisto futuro di giocatori del Bologna: se sono buoni partono, anche e soprattutto a gennaio, se restano invece la conclusione è quella opposta. Dicevamo della vigilia in casa Torino. Ho bonariamente invidiato l'atmosfera di relax che respiravano i nostri freschi avversari: affrontare una squadra che vive in pianta stabile a ridosso della zona retrocessione, oltretutto mutilata da squalifiche, infortuni e cessione del proprio uomo migliore no, non è una fortuna che capita ogni domenica. Così, forti anche del dato storico secondo il quale il Bologna non espugnava Torino dal lontano 1980, gran parte dei tifosi granata, dando per scontati i tre punti in saccoccia al termine di un match da molti definito ‘’abbordabile’’, si preoccupavano principalmente della lunga sfilza di diffidati presenti nella propria squadra: uomini chiave, da preservare da inutili rischi sanzionatori o finanche fisici. Insomma, pronti, via e il Torino passa in vantaggio, confermando quindi i più catastrofici pronostici della vigilia: che Immobile fosse mezzo metro in fuorigioco per molti è stato un dettaglio, magari pure da omettere. In effetti, è ‘’solo’’ l'ennesima svista arbitrale ai danni del Bologna. Per giunta contro una squadra di Torino. Cose consuete, insomma. Dunque, turbolenze societarie, cessioni clamorose, assenze pesanti (Kone su tutte) e bonus di gol irregolare convalidato. Nonostante tutti questi doni piovuti dal cielo sul capoluogo piemontese, alla fine dei giochi s'è parlato di un Bologna fortunato, piuttosto che tirare le orecchie a chi ha commesso l'errore più grave che si possa fare nello sport: sottovalutare l'avversario. Senza contare che se anziché Cerci fosse stato uno dei nostri a prendere in pieno la traversa da zero metri, non si sarebbe parlato di iella ma di ‘’tristezza’’ congenita del giocatore. Il deus ex machina del trionfo rossoblù porta il nome di Jonathan Cristaldo, con la gentile collaborazione di un Rolando Bianchi più caparbio che mai e del pacchetto arretrato del Torino. Mesi fa veniva da sorridere quando un certo Marco Di Vaio indicò nell'attaccante argentino il giocatore più simile a lui tra quelli presenti nel roster felsineo: per una domenica (e, si spera, non solo) il paragone è sembrato calzante, con il ‘’Churry’’ che ha condito la sua preziosa doppietta da rapace di area con tiri, serpentine sugli avversari e tanto cuore. L'unico antidoto a chi al Bologna proprio non vuole bene. Dal presidentemercante, ormai una triste consuetudine che ci accompagna da quasi tre anni a questa parte e su cui ci si è già ampiamente espressi. Senza dimenticare chi si nasconde dietro la sua figura (cosa, per ovvi motivi, non difficile da attuare... ) e coglie al volo assist, occasioni e milioni di euro freschi e fumanti. Sull'addio di Diamanti ho scelto di non spendere molte parole: d'altronde, è già stato così bravo lui in questi anni a ribadire periodicamente che le bandiere nel calcio non esistono più, attuando una tecnica che a Roma definirebbero di estremo ‘’parac...lismo’’, insomma. La speranza, avvalorata dalla prestazione maiuscola di domenica scorsa, è che da ora in poi il Bologna sarà un gruppo tecnicamente meno forte e imprevedibile, ma forse più coeso sull'aspetto umano. Gli uomini, i tifosi, il vero ‘’capitano’’ rossoblù (non me ne voglia Diego Perez). Il mese scorso non ho condiviso gli atteggiamenti della curva. No, nessun bieco moralismo. E, da napoletana, potrei anche concedermelo, alla luce di certe idee simil-Pontida: dà fastidio avere il rispetto una volta all'anno, nella giornata dei tifosi di fuori regione, quando molti di noi forse vengono considerati solo bizzarri animali esotici da stipare in un apposito settore e da esporre. Beh, mi sono arrabbiata perché quella non era la vera faccia del tifo rossoblù: noi non siamo come chi passa più tempo a inveire contro gli avversari che a sostenere i propri colori. Noi non abbiamo bisogno di negare gli altri per affermare la nostra esistenza. Eppure siamo sembrati così. Ne sarà contento chi vede il calcio come un Risiko. Molto meno chi, come me e come la maggioranza, vive di emozioni vere: come quella di ammirare 1500 unità sostenere la squadra alla vigilia di una trasferta killer. Sì, quello è l'esercito rossoblù che mi piace. Quello che ancora si emoziona nel ricordo di Niccolò. Quello che getta il cuore oltre l'ostacolo, alla faccia di tutte le negatività che piovono su Casteldebole. La grande bellezza del vero tifo rossoblù, condita da una domenica perfetta. Tutto ciò è da Oscar.

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