Dopo averla a lungo scampata non si sa bene in che modo, grazie a numerosi sforzi il Bologna ha finalmente agguantato la zona retrocessione. E, sia chiaro, quel terzultimo posto ce lo meritiamo tutto.

Lo spettacolo offerto ieri a Livorno è stato il peggiore della gestione Ballardini. Anche peggio di domenica scorsa, nella quale almeno durante il secondo tempo i rossoblù avevano mostrato qualche sprazzo di vivacità. Al Picchi il Bologna ha giocato solo la fine della prima frazione, senza però impensierire seriamente la porta di Bardi. È bastato poi l’ingresso di Emeghara a far crollare il fragilissimo castello di carte costruito sin lì, perché lo svizzero ha perforato la nostra retroguardia a suo piacimento, facendo impazzire, e qui sta la magagna, giocatori che avevano contenuto in maniera egregia brutti clienti del calibro di Cerci e Iturbe. Questione di atteggiamenti diversi, di concentrazione, di approccio alla partita. Il Livorno è partito all’assalto, è calato, ma poi ha dimostrato di volere i tre punti alla morte. Il Bologna, semplicemente, no.

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Mi viene spontaneo citare l’immortale John Belushi di Animal House, quando per sferzare i compagni di confraternita demoralizzati lancia il grido “Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare”. Ecco, purtroppo per il Bologna è il contrario: quando il gioco si fa duro, quando c’è una partita da vincere a tutti i costi, i rossoblù scoppiano. È successo ieri, è successo due volte col Sassuolo, è successo contro l’Udinese, è successo a Catania. Negli scontri diretti affrontati sinora, il Bologna ha portato a casa cinque punti in cinque partite: una media suicida. Che in partite più chiuse e in cui devi gestire diversamente il gioco facessimo fatica lo abbiamo sempre saputo, ma in queste occasioni la volontà di fare tua la gara dovrebbe riuscire a sopperire a ogni cosa, o quanto meno non dovrebbe permettere di mostrare oscenità come quella di ieri. Purtroppo succede puntualmente, ed è in questi casi che si sente maggiormente la mancanza di Diamanti. L’uomo della provvidenza avrebbe dovuto essere Ibson, ma ancora non è riuscito a mettersi in mostra in maniera sufficiente. E, di tempo, non ne abbiamo.

Ieri, inoltre, abbiamo avuto l’ennesima dimostrazione che, se questa squadra prende gol, perde. Non c’è niente da fare: il digiuno di gol si è interrotto a cinque minuti dalla fine su calcio di rigore, perché se avessimo dovuto aspettare il gol su azione saremmo ancora sugli spalti dell’Ardenza a girarci i pollici. Torino è un’eccezione, un’eccezione doppia se consideriamo i ben due gol segnati non da palla inattiva. Non so più cosa dire in merito, perché di parole ne son state spese fin troppe e aggiungerne non serve.

Marzo, quel mese fondamentale per decidere la salvezza, il Bologna dunque l’ha cominciato nel peggiore dei modi possibili. Rimangono da giocare le gare contro Cagliari, Chievo e Atalanta prima di entrare in un ciclo complicato anziché no che comprende Inter, Parma, Juventus e Fiorentina. La sfida di domenica prossima con i sardi sarà cruciale non solo per le sorti del Bologna, ma anche per quelle di Ballardini. Con la gara di ieri la sua media punti è scesa sotto quella di Pioli, così come è stata abbandonata dopo parecchio tempo la zona salvezza (dove erano i rossoblù col tecnico parmense). Il materiale tecnico, però, è sempre quello, anzi è pure peggiorato negli ultimi mesi.

Toccherà al principale responsabile di questa situazione decidere cosa fare, ovvero Albano Guaraldi. Non so perché, ma non mi sento affatto al sicuro.

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