Qualche articolo fa, all'indomani delle partite in cui il Bologna avrebbe meritato di raccogliere di più (il trittico Milan-Roma-Verona), dissi che quel magro bottino poteva essere il presagio di qualcosa di positivo all'orizzonte oppure, viceversa, il sigillo definitivo della stagione maledetta dei rossoblù. Ho sperato con tutta me stessa nella prima ipotesi, anche per cercare di guardare con positività alle allora imminenti sfide contro Sassuolo e Livorno. L'ho fatto davvero, caro signor Cesare Natali che, quasi quasi, dai la colpa di quanto sta succedendo a una presunta cappa di pessimismo che sta calando su Casteldebole. Sai com'è, non penso esistano posti al mondo dove i tifosi possano essere sereni nel vedere la propria squadra terzultima a marzo ormai inoltrato. Eppure, nonostante la buona volontà, ad oggi anch'io, che di solito do ascolto alla voce sempre speranzosa della tifosa che c'è in me, vedo stagliarsi all'orizzonte le nubi della retrocessione. E, sia chiaro, l'attuale posizione in classifica c'entra poco: non eravamo ancora salvi la settimana scorsa e non siamo già in B adesso. Che il Bologna fosse scarso lo si sapeva fin dai tempi estivi dei leoni e delle gazzelle. Quello che stiamo scoprendo ultimamente, dopo l'illusoria e presunta grinta data dal cambio in panchina, è che ai rossoblù manca anche quella che dalle mie parti viene definita con una parola che comincia con la ‘’c’’ e finisce con ‘’azzimma’’. Emblematica è l'immagine seguente: il Livorno, attuando il più classico degli harakiri sportivi, in pochi istanti ci aveva donato la bellezza di una doppia superiorità numerica e di un tiro dal dischetto, un bonus che sarebbe stato sfruttato senza pietà da qualsiasi altra squadra. Tranne il Bologna, che nei restanti dieci minuti di gara si è limitato a segnare un rigore tanto illusorio quanto inutile, se non ai meri fini della differenza reti nel doppio confronto con i labronici. Poi, giusto qualche pallone sparato in area senza troppa convinzione, con gli attaccanti del momento, Natali e Acquafresca su tutti, che sembravano far di tutto per scansarsi. La verità è che l'unica cosa a cui i rossoblù sono riusciti a calciare con convinzione è la fortuna, che aveva offerto loro la chance irripetibile di portare a casa un punto prezioso facendo solo il minimo sindacale. Non che il Livorno abbia impressionato, anzi. A tal proposito, colgo l'occasione per spegnere un po' gli entusiasmi in casa amaranto, giacché il Bologna è per antonomasia la squadra che regala sorrisi ai poveri e illusioni agli sconsolati: chiedere a Catania e Milan, giusto per citarne due. Insomma, morale della favola? Due delle cinque cartucce su cui contavamo per salvarci sono state sparate, e male, con il misero bottino di appena un punto raccolto tra Sassuolo e Livorno. E adesso che si fa? Ci arrendiamo? No, nonostante tutte le attuali congiunture negative, è presto per farlo, con a disposizione ancora la possibilità di raccogliere la bellezza di trenta punti virtuali. Molto virtuali, nel nostro caso. Dunque, tocca continuare a lottare, a cominciare dal match di domenica contro quel Cagliari che ultimamente è stato foriero solo di grandi gioie; si potrebbe tirare in ballo la mitica legge dei grandi numeri ma eviterò, sia per non stroncare gli ultimi aneliti di speranza della sottoscritta che per evitarmi la paternale di Natali, il realista-ottimista della situazione. Una parte di me si è già preparata all'evenienza di trovarsi al cospetto dell'anno sbagliato per eccellenza: l'anno sbagliato per scrivere articoli sulla propria squadra del cuore, l'anno sbagliato per appassionarsi ai film di Virzì, intrisi come sono di Livorno calcio, l'anno sbagliato per sperare che le cose cambino e che ci sia un lieto fine a questo scempio. In questa altalena di emozioni, che vanno dalla paura sempre più concreta al pur residuo lumicino di speranza, una certezza in realtà ce l'ho: non è mai l'anno sbagliato per tifare Bologna.

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