Mentre la folla defluiva silenziosa, incredula, e forse ancora non conscia di quello che era appena successo, la cosa che più mi ha colpito è stata la conversazione tra un genitore e la sua bambina che, andando ad occhio, avrà avuto circa sei anni: “L'anno prossimo non potrò più portarti allo stadio. Giocheremo di sabato, devo tenere il negozio aperto fino alle 7 e quindi non avremo più modo di vedere il Bologna”. La bambina, incredula ed innocente è rimasta muta, a fissare il papà con gli occhi che si riempivano di lacrime. Potrebbe essere un bell'incipit inventato per una storia d'amore che poi si conclude con un magnifico lieto fine; e invece di fantasioso non c'è nulla, e mi rimane impresso nella mente lo sguardo di quella poverina, che forse non sa bene cosa andremo ad affrontare e che sicuramente non andrà in trasferta a Perugia, a Carpi o a Chiavari. E oltre a lei c'è una città intera che, solo in questi giorni sta metabolizzando l'accaduto, accantonando rabbia e dispiacere e guardando al futuro. Ora si potrebbero studiare i numeri, criticare gli attaccanti, attaccare la dirigenza, gli allenatori, il presidente e chi più ne ha, più ne metta; e tutto quello che verrebbe fuori sarebbe giustissimo, perchè nessuno è difendibile. E per una società che non è stata capace di gestire nulla, fanno da contraltare i trentamila che domenica hanno sostenuto i loro colori dal primo all'ultimo minuto; nessun coro a favore di nessun giocatore, nessuno che si sia meritato un plauso o il rispetto della tifoseria. Nè domenica, nè mai in queste 37 partite. La cosa che più faccio fatica ad accettare è l'atteggiamento con il quale i ragazzi hanno affrontato la stagione: non hanno mai “sputato sangue” o dato quel qualcosa in più che sarebbe stato necessario per sopperire le loro mancanze tecniche. Mai. Sono sempre sembrati scendere in campo per svolgere il loro compitino, e il fatto che fossero scarsi è sempre stato un attenuante. Non mi aspettavo attaccamento alla maglia da parte di nessuno, sappiamo che si tratta di professionisti ai quali non interessa portare una divisa piuttosto che un'altra. Mi aspettavo invece che venisse fuori un minimo di orgoglio personale e di rispetto per i compagni con i quali hanno trascorso un'intera annata. Non c'è stato nemmeno quello, le ultime giornate di campionato sono diventate una vera e propria agonia, quasi nella speranza che tutto potesse finire il prima possibile e ci si salutasse senza troppi rimpianti. Questa squadra ha pagato le scelleratezze di una gestione societaria da brividi e ha pagato il fatto di non avere mai trovato un vero leader. Nel 2008, il famoso anno di “Lanna e Zenoni”, c'era uno spogliatoio forte, dove giocatori come Castellini, Volpi (che, seppur “vecchi” e nemmeno troppo brillanti, sono sempre stati professionisti esemplari) e Di Vaio (più di 20 goal, nessun paragone può essere fatto) erano dei veri e propri punti di riferimento. Quest'anno non c'è stato nessuno capace di caricarsi la squadra sulle spalle e di guidare i compagni, mettendoci la faccia nei momenti di difficoltà, e trascinando il gruppo con il suo esempio. È mancato l'amalgama e questo ha avuto un risvolto evidente anche sul campo. Manca una settimana alla fine del campionato, poi si penserà al futuro. Dimissioni, mercato, diritti tv e tutto questo passano in secondo piano al momento. L'amarezza è tanta, pensare avanti ora è difficile. Le uniche immagini che rimangono sono le lacrime di quella bimba innocente, che, beata lei, forse non ha ancora capito quelli che possono essere gli scenari futuri.

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