Mi ero ripromesso di dedicare qualche nota alla Ballarda solo a giochi fatti e comunque non “a caldo” o in corso d’opera. Non rinnegherò tale proposito auspicando di celebrare questo romagnolo con la malinconia del look da agente del FBI e reo storico di averci dileggiato solo un paio di anni fa, magari alla felice conclusione della stagione. Ora l’uomo di Ravenna (potere dei contratti) non disdegna ammiccamenti tutto sommato gradevoli e si sta accattivando simpatie.
Ma l’occasione è ghiotta per fare un “ripasso” di oltre quarant’anni di allenatori rossoblù.
Con il vezzo un po’ “Civoliano” cito a memoria una trentina di scaldapanche che ho visto pascolare sotto la tribuna del Dall’Ara, conscio di scordarne magari qualcuno e volutamente consapevole di mixarli alla rinfusa trascurando sia cronologie che meriti e insuccessi.
Per il tifoso bambino che ero, il primo dei “nostri” fu Bruno Pesaola: El Petisso con quelle sopracciglia che la leggenda narra si facesse pettinare da un parrucchiere in quegli anni prestigioso (glisso sul nome ma non distante dalla Stazione Centrale). Altre leggende narrano del suo rapporto amorevole-conflittuale col presidente Conti che pare gli spillasse durante le serate di poker parte dell’ingaggio che puntualmente rinnovava (o viceversa). Reali e comprovate invece certe sue battute che non risparmia nemmeno ora, quasi novantenne a dispetto dei miliardi di sigarette aspirate a pieni polmoni, molte sotto la tribuna del Dall'Ara.
Inserti di fine anno di improvvisati salvatori, spesso efficaci, come la bandiera Cesarino “Cagaro” Cervellati o la macchietta Oronzo Pugliese (vero ispiratore del Canà Banfiano) o resi vani da inevitabili retrocessioni come Franco Liguori (talento da calciatore stroncato da un fallo killer del milanista Benetti) o l’icona Romano Fogli seppur per poche partite e pure il ritorno vano, di Radice. Poi una pletora di “tentativi” conclusi ben prima del fatidico “panettone” come Giagnoni (l’uomo dal colbacco), Bisoli, Buso e il prof. Scoglio (quest’ultimi diversissimi come carattere e amabilità ma poi accomunati dalla prematura scomparsa…magari senza aver mai fumato una paglia!). O altri esonerati senza aver lasciato grandi ricordi: il giovanissimo (inteso come coach) Guerini, poi Carosi, Cecconi, Mandorlini, Magni e il rinomato (postumo, poi anche scudettato) Zaccheroni o il suo successore Reja che fallirono, nello stesso anno, una promozione dalla Serie C. Non fallirono invece né Cadè (dalla C alla B al primo tentativo) né Arrigoni (dalla B alla A, anche se poi resistette nella serie maggiore solo poche giornate). E ancora inserimenti a campionato in corso (a panettone quindi già saltato) ma magari non arrivati alla colomba pasquale: il primo Perani, la tigre Sinisa, il cosiddetto “Caronte di Piombino” Nedo Sonetti, principe dei traghettatori e sedicente “sergente di ferro”. Con il medesimo aggettivo era conosciuto anche Bersellini ma che durò una misera (e nefanda) stagione. Salvò la buccia (e la squadra) invece Papadopulo, che si trascina questa fama di mai retrocesso e (forse non sa nemmeno come lui come) ci riuscì anche qui. Ottenne in premio di essere prontamente esonerato all'inizio della stagione successiva non prima però di aver avuto l'onore di presiedere alla Partita dei Cento Anni. Vent’anni prima di lui bella salvezza anche per GB Fabbri che, da gran signore poi salutò e ringraziò. Invece dopo il Papa: Colomba e Malesani, anche questa una coppia diversissima per origini, dialetto e modalità ma entrambi eroi positivi per una sola stagione...a tratti quella del veneto quasi drammatica.
Occorre citare (ma proprio per mera cronaca ed impossibilità di rimozione mnemonica) anche il pessimo Cerantola, figlio della “balotta Casilliana” con cui toccammo il fondo più profondo.
Altra coppia quasi conforme nel numero delle panchine (direi ben oltre le 100, anche se il primo in più tranche) ma completamente opposta quanto a simpatia e affetto. Carletto Er Mazzone e Pretino Guidolin. Risultati importanti, divertimento diverso e due addii molto negativi. Consumatosi nei fischi per il veneto/ciclista (e un fantastico ed eloquente coro “Non tornare mai”) sicuramente reo di aver macchiato alcune brillanti stagioni, pur con suon di giocatori e nonostante un gioco non eccelso, con la famosa pessima frase ingiuriosa che i bolognesi non dimenticano. Carletto invece ci regalò un sogno con quella cavalcata verso Mosca, affondata nel maledetto rigore (inesistente, peraltro) contro il Marsiglia ma il secondo giro si concluse con l’amara retrocessione in cui, aldilà di calciopoli, ci mise anche del suo.
Glissiamo sul buon Pioli (troppo fresco e ancora oggetto di divergenti opinioni… che il sottoscritto si limita a definire “dignitoso”) per tenere, dulcis in fundo, i tre protagonisti che ricordo sempre volentieri: Gigi Radice che esaltò una squadra penalizzata portandola fino alla zona Uefa (con straordinaria vittoria a Juventus e personaggi da figurina come Eneas, Fiorini&Garritano, Colomba, un giovanissimo Dossena, Vullo, Paris, Pileggi ecc…). Altro Gigi: quel Maifredi arrivato carneade dall’Ospitaletto con una masnada di sconosciuti e protagonista del calcio più spettacolare (Zemanianamente parlando!) che abbia mai visto. Soprattutto in serie B e limitatamente al triennio pre-Juve. Infine Renzaccio Ulivieri: uomo e allenatore per il quale si potrebbe scrivere un volume intero. Dalla doppia promozione, al “torneo dei bar”, la querelle con Baggio, la cabala del cappotto, “il figlio della Gina” piuttosto che qualche impareggiabile intervista.
Come prevedibile mi sono dilungato…ma la chiosa è per colui che non ho mai avuto il piacere di vedere: un signore dall’accento simpaticamente romano, che dava del Lei ai giocatori, in maniche di camicia e cappello a falda…sul prato dell’Olimpico, portato in trionfo dai suoi giocatori…tutti a cucire sulle maglie quell’ultimo meraviglioso triangolino tricolore, ormai cinquantenne.
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