Sveglia alle otto, otto e mezza.

Colazione all'inglese, di quelle per cominciare la giornata sbafando lo sbafabile ché tanto è già tutto compreso nel prezzo.

Crema solare anche negli angoli più remoti del corpo.

Infradito, occhiali da sole, telo in spalla e si esce.

Tappa in edicola a comprare un quotidiano, due chiacchiere col bagnino e conquista della sdraio.

Lettura delle pagine dello sport e aggiornamenti saltuari sui siti, giusto per vedere se quella punta guatemalteca da dodici gol nel campionato boliviano arriva oppure no.

Bagno, pranzo, pennica, bagno, doccia, cena, passeggiata sulla promenade. Buonanotte.

Immagine non disponibile

Ecco, questo può succedere ad Alassio, e su quel telo da mare si rizza un grifone, oppure a Lignano Sabbiadoro, dove il gialloblù va per la maggiore. Perché i tifosi di squadre normali la meritata settimana di vacanza la trascorrono così, dedicando solamente pochi minuti al giorno a informarsi sui movimenti di calcio mercato, tra l’altro con un certo distacco. Il periodo caldo, dopotutto, va da settembre a maggio: è lì che il tifo diventa una professione, è lì che il fan deve dare ogni atomo di energia per sostenere i propri colori. Il resto dell’anno serve a ricaricare le pile, prima di ripartire con la rumba quando l’estate volge al termine.

Già, il tifoso di una squadra normale. Il Bologna, ahinoi, non lo è. Tra finti diesse cacciati a pedate, compratori impomatati, venditori che non vogliono vendere, costruttori cocciuti, giocatori dichiarati incedibili che puntualmente se ne vanno, CdA eterni, presidenti insolventi, sardi con progetti triennali, sudamericani bizzosi, francamente io non ricordo un’estate serena vissuta dal tifoso rossoblù negli ultimi anni. Siamo retrocessi da quasi un mese eppure non ci è permesso di abbassare la guardia, nemmeno durante il pediluvio rilassante a Pinarella, poiché ogni attimo è buono per una news, anzi quella news: un momento ci sei, il momento dopo non ci sei più. Il supporter rossoblù, infatti, al mare si riconosce facilmente: con lo smartphone ormai appendice fisiologica della mano, bofonchia di scadenze Irpef, fidejussioni e stipendi, anziché della punta guatemalteca di cui sopra, chiudendo ogni volta con un poco rassicurante segno della croce. Non fa bene alla salute, per nulla.

Possibile che non ci sia permesso staccare la spina? Possibile che, una volta timbrato l’ultimo quadratino dell’abbonamento, debba iniziare un’agonia peggiore di quella appena conclusasi? Ma cosa abbiamo fatto di male? L’ultimo scudetto l’abbiamo vinto cinquant’anni fa, quante altre disgrazie dobbiamo subire? Io penso che pagherei oro per avere un’estate da tifoso del Chievo, durante la quale il dilemma più grosso riguarderebbe il rinnovo di contratto per altri quattordici anni di Pellissier, oppure se in difesa confermare Dainelli o azzardare la carta Annoni. Insomma, io pagherei per avere un’estate noiosa.

Invece anche quest’anno dovremo affrontare l’inferno del termometro e l’inferno societario, angosciati e appesi a un filo di speranza sottile come lo spaghetto alle vongole che l’albergatrice del tuo duestelle riccionese ti porta per cena. Finché poi, magari, la penultima sera, mentre fai due passi su viale Ceccarini, attivi il telefono per l’ottantaduesima volta in giornata e leggi: “Ha venduto”. E allora abbassi lo sguardo verso tuo figlio, quasi piangi, e pensi che se stasera ti rompe le scatole per fare un giro in più sulla giostra del Luna Park, beh, crepi l’avarizia. Anzi, sul Bruco Mela ci sali pure te.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Commenti
Tutti
Leggi altri commenti