Quando mi hanno proposto di pubblicare qualche pezzo su questa rampante e frizzante “Rivista all’aria aperta sul cielo e nella rete di Bologna e del Bologna” non ho potuto fare a meno di pensare a quanta passione trasudi nei cuori e nelle vene di chi tifa Bologna FC.
Certamente ogni tifoso di ogni squadra e in ogni città penserà di essere unico, di provare emozioni esclusive ma noi siamo una “razza” inequivocabilmente diversa. Abbiamo nobiltà di vittorie nel sangue ma che da tanti decenni è diventata solo memoria, si è trasformata in sofferenza liquida che ci scorre nelle vene, quasi a diventare sostanza indispensabile per approcciarci a una partita o ad una stagione.
E così, su quei gradoni, ci guardiamo l’un l’altro sapendo che siamo tanto uguali.
Sappiamo che i pensieri sono gli stessi, come le speranze ed i timori. Come le abitudini.
L’abitudine nel vestirci con vecchi indumenti scaramantici, di consolidare atteggiamenti e rituali: il percorso, le soste, l’orario…perfino il “pissoir”…che quando qualcuno ti vede attendere per sceglierlo ti scambiano, magari, per un maniaco.
Maniaci si, di passione.
E siamo orfani da sempre di quell’ultimo scudetto (ora di Bulgarelli e Haller per davvero), dei Savoldi, Mancini, Signori, Ramirez, Di Vaio e ora anche Portanova ceduti per un pugno di monete o accompagnati all’uscita.
Forse è per quello che ci attacchiamo ai brustulli, alla sciarpa un po’ consunta, ai maglioni di flanella quando il Generale Inverno sbarella o al cappellino con la carta del giornalino quando il sole ti ciocca sulla capoccia.
Ci hanno reso orfani anche del Caffè Borghetti (che solo un matto può pensare di ubriacarsi col Borghetti senza aver primo fritto le coronarie con la caffeina) e dell’Acqua Cerelia.
Che la cantiamo comunque a memoria, così spontaneamente, per abitudine.
Siamo fatti così: ci innamoriamo in un Amen di Sussi, Gimenez, Meghni o Rosario Biondo, convinti di aver trovato, almeno, un nuovo Paramatti, Nervo o un Mitico Villa. Poi sulle sconfitte vediamo il nero più nero delle nuvole che ogni tanto circondano San Luca e…”quand al fa bur a San Locca al piov sicur”.
Siamo eterogeni: umarels indomiti, Ultras morbidi, padri di famiglia e ragazzine con l’ombretto rossoblù, ma siamo uguali. Uguali dentro.
Perché ci si sente di meritare di più ma in questa sofferenza ci sguazziamo perché sa di lotta, di tenacia, di resistenza, di amore incondizionato.
E domenica, anche questa domenica, ancora una “maledetta domenica” saremo lì per una partita di scarso cartello che sarà quasi uno spareggio (sarà la nemesi del “nostro spareggio”?), uno spartiacque per provare da uscire dalla melma o sguazzarci fino a Primavera inoltrata.
Stavolta contro i meno nobili (e meno odiosi) zebrati: quelli di Siena. Quelli del Panforte, che non piace quasi a nessuno, del Palio delle Contrade, che piace solo a loro, e quelli della Banca che si è sgretolata sopra le proprie fondamenta. E non si capisce perché se era la loro…debbano diventare ora anche guai nostri.
Corsi e Ricorsi
Precedenti con loro ce ne sono pochissimi, vista la scarsa militanza dei senesi nella massima serie e tutte molto recenti. Ma meritano citazione: nel 2003 un tris con Bellucci, Indimenticabile-Nervo e Desaparecido-Dalla Bona e con Beppino Signori che ci volle deliziare di un rigore sbagliato (perla molto rara per lui). Nel 2009 a primavera la Banda Mihajlovic fu presa a pallonate da un Siena che aveva anche Curci (incredibilmente in campo per tutto il match) Zuniga e, ebbene sì, Daniele Portanova. Vendetta autunnale della squadra di Colomba che orfana di Di Vaio infortunato portò al gol un inedito capitan (rigenerato) Adailton e Pablo Daniel Osvaldo, stanco di fare a cazzotti anche con la bandierina del corner e deciso a far vedere altrove che era davvero buono, anche lui come altri.
Chiosa con l’ultima vittoria del 2011: tacco divino di Alino e gol di Marco Di Vaio…
Che sia, ci contiamo, di ottimo auspicio.
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