Ricordo che quando ero un bambino, mio padre, dopo il pranzo domenicale, si alzava da tavola e si dirigeva verso il Dall’Ara. E immancabilmente, quando rientrava a casa, non faceva altro che lamentarsi (modello mantra tibetano) perché il Bologna aveva disputato una pessima partita, che “Cabrini è finito”, “Waas è un giandone”, “Come si fa a far giocare Tricella?” e così via. Io ho ribadito più o meno le stesse cose per Antonazzo, Vignaroli e Frara. Morale: l’eredità calcistica della seconda generazione non ha avuto miglior fortuna. Poco più tardi nel 1993, non avevo ancora 10 anni e sentivo già mio padre lamentarsi delle vicissitudini finanziare del Bologna mentre era nelle mani del trio Gnudi-Gruppioni-Wanderlingh (poi Casillo), che doveva rilanciare i rossoblù nel calcio che contava, dopo la bruciante retrocessione del 1991, ma che in seguito alla gestione scriteriata fu costretto a portare i libri in tribunale. Ricordo la rabbia e la malinconia di mio padre che non si capacitava di questo sfacelo, lui che da ragazzo si era visto lo scudetto del ’64 e le Coppe Italia anni ’70. Proiettando la cosa su di me, stando in tema generazionale, nel 2010 ho vissuto 3 mesi d’inferno causa Porcedda che fece una buona squadra, ma usò i soldi di Monopoli, Crack e Hotel messi insieme facendo rischiare al Bologna il tracollo finanziario. Nel mio caso per fortuna, c’è stato il lieto fine grazie a Bologna 2010 e a Zanetti.
Oggi il Bologna è nelle mani di Albano Guaraldi, subentrato dopo il via vai di presidenti risalente ad inizio 2011 e la mia paura è che si profili nuovamente una situazione analoga al 1993 e al 2010. Il motivo che scaturisce i miei timori è sempre il solito: la tensione finanziaria. I fatti parlano chiaro, si svendono giocatori anziché valorizzarli e non si hanno due lire per acquistare obiettivi minimi, perché questo è quanto e senza bisogno di essere degli economisti mi riservo di nutrire legittimamente qualche dubbio. Il tutto va sommato alle plurime premesse/promesse del presidente in carico, le quali sono state tutte prontamente disilluse, anche e soprattutto in tema di denari.
Vivo di calcio dal 1994 e mi permetto di far notare che da decenni non si riesce a fare calcio come si deve a Bologna. No dico, a Bologna, una città che ha una tifoseria a cui basta un niente per infiammarsi viste la passione, l’amore e la voglia di calcio che ci sono. Se ci guardiamo intorno, Catania, Chievo, Udine, hanno fatto calcio partendo da un’idea, una programmazione, con criterio, spendendo il giusto e vendendo i prezzi pregiati a somme considerevoli. Siccome tiro in ballo realtà medio-piccole che non hanno effettuato esborsi sostanziosi per costruire buone squadre, chiedo: cos’hanno più della nostra queste città? Perché non possiamo essere alla loro altezza? Perché dobbiamo essere sempre e costantemente in tensione finanziaria?
Continuiamo a vivere in un’imbarazzante e apatica mediocrità che ha reso i tifosi stessi schiavi delle situazioni e li ha manipolati facendo loro credere che “in fin dei conti meglio così, almeno siamo in Serie A”, anziché constatare che il continuo e fine a sé stesso “vivere alla giornata” non porta a niente di buono, come si evince dagli ultimi decenni. Inghiottendo l’ennesimo boccone amaro, a prescindere da quello che sarà il nostro futuro, sia ben chiaro un concetto: sempre e comunque Forza Bologna.
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