Riesco ad arrivare allo stadio in maniera rocambolesca. Avevo pensato di stare a casa, lo ammetto, ed evitare il freddo che poi invece ho preso in abbondanza. Poi, all’ultimo, decido di andare direttamente allo stadio. Mentre in piazza della Pace attendo che mio figlio mi portati il mio abbonamento, a cinque minuti dal fischio di inizio incrocio i ritardatari come me. Sciarpe, berrette, piumini e scarponi. In più di uno, prima di varcare la soglia del Dall’Ara, impartisce velocemente le indicazioni per la cena post partita. Ne ascolto uno da vicino che, parlando con la madre, chiude la conversazione dicendo: “Grazie mamma, si, mettine pur giù anche un etto in più, che poi quando torno le scaldo in forno, ma se perdiamo spegni pur tutto e vai a letto che non ho voglia di mangiare”.

Mi chiedo (in realtà per l’ennesima volta) cosa sia che spinge adolescenti ma soprattutto adulti a tifare il Bologna nonostante tutto. Mi chiedo soprattutto se questa euforia, questo sprovveduto ottimismo che avvolge noi del Bologna, sia una esperienza nostra o se sia condivisa anche da altre tifoserie. Chissà se uno che tiene per la Ternana o per la Reggina prova gli stessi sentimenti? A volte ho pensato si tratti di una sostanza chimica che si diffonde nell’aria e che respiriamo fin da quando siamo piccoli. Un po’ come il forte odore di ragù che non ci lascia quando camminiamo per le vie del centro. Come Obelix cadendo da bambino nel pentolone della pozione magica di Panoramix è destinato a una vita di forza sovraumana, così noi del Bologna non riusciamo a liberarci dell’amore per la nostra squadra per il resto della nostra esistenza

Contro i viola sulla carta è una formalità, per loro. Noi continuiamo a giocare male, loro hanno molta più qualità e vengono da risultati incoraggianti. La partita si apre dunque senza sorprese. Praticamente non vediamo la palla per tutto il primo tempo. In effetti la Fiorentina gioca meglio di noi e ci mette in difficoltà. Tuttavia, nonostante un gioco a chiaro favore dei nostri ospiti, riusciamo ad imbastire un paio di occasioni da gol. Sotto di un gol all’intervallo, non ce la sentiamo di recriminare nulla. Abbiamo preso l‘ennesimo gol che getta una luce sinistra sulle capacità dei singoli oltre che sull’assetto. Khrin infatti si pone a centrocampo per l’interdizione con la stessa determinazione che ha mediamente un quindicenne che voglia offrirsi volontario per un’interrogazione sui verbi greci.

Il secondo tempo inizia per noi peggio del primo e fatichiamo a uscire dalla nostra area per i primi dieci minuti. Poi, lentamente, a poco a poco ma costantemente, avviene ciò che ci fa amare da pazzi il pallone. In uno degli esempi più chiari della ragione per cui si dice che il calcio è una grande metafora della vita, la Fiorentina, che ha giocato meglio, è più forte e ci ha sovrastato in ogni reparto, a poco a poco affievolisce la sua azione e, soprattutto, non segna. Belli, in certi momenti bellissimi i nostri avversari, ma non la mettono dentro. E poiché nel football come nella vita, i fatti finiscono per avere preponderanza su tutto il resto, succede che segna il Bologna, con un bel calcio da fermo di Diamanti che viene finalizzato da Motta.

Qualche viola potrà aver pensato che il pareggio non sia stato giusto. Qualche altro fiorentino potrà aver pensato all’ingiustizia quando Lazaros l’ha messa per il definitivo 2-1. Quelli che adorano il Bologna perché amano il pallone invece hanno pensato che era giustissimo, perché nel pallone per vincere bisogna fare gol, tutto il resto, come per la Fiorentina, può diventare inutile.

E forse dalla partita con la Fiorentina abbiamo tratto l’unico vero punto di forza del nostro Bologna: non molliamo mai. Per la corsa alla salvezza nella quale siamo impelagati, non è un aspetto trascurabile. Si tratta di confermare nelle prossime gare che questa nostra qualità è in grado di farci racimolare quei punti che qualità e assetto non ci garantiscono. Affrontiamo il Cagliari carichi della vittoria con la Fiorentina. Portare a casa i tre punti si deve fare e si può fare.

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