Nel 1966 il nostro Presidente, quello a cui vogliamo bene, cantava la struggente ‘’C'era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones’’. La storia di questa canzone la conoscete tutti, così come conoscete le vicende del Bologna negli ultimi mesi. Ci eravamo lasciati con la sconfitta contro il Sassuolo, l'ultimo posto in solitaria in classifica e l'abbattimento del capitale sociale delle già disastrate casse rossoblù. Poi succede che un giorno mi sveglio, apro internet e... in quel momento maledico più del solito i quasi 600 chilometri che mi separano, severi e impietosi, da Bologna. E, sorpresa, quel giorno non era la classica domenica calcistica in cui pagherei per avere il teletrasporto e tifare al ‘’Dall'Ara’’. Era un sabato mattina che ha visto protagonisti migliaia di voi, andati a sostenere a gran voce una squadra che si presentava con il biglietto da visita che ho dipinto qualche riga fa. Ve lo dico: ci siete riusciti a farmi commuovere davanti al PC guardando i video da Casteldebole. In Italia siamo abituati a parlare di tifosi per impartire lezioni di educazione che vanno dal giusto ammonimento (alcuni eccessi non piacciono nemmeno a me) al mero moralismo da parrocchia oppure per elogiarli quando riempiono stadi e aeroporti. Il tutto rigorosamente con i loro beniamini impegnati nella lotta scudetto. Altrimenti le scene le conosciamo: calciatori costretti a togliersi le maglie, allenatori umiliati e contestazioni sterili e poco coerenti, perché se il giorno dopo la squadra vince, torna il ‘’volemose bene’’ di default. Ma, signori miei, di tifoserie che in massa inneggiano a una squadra ultima in tutto, io non ne ho mai viste. Eppure, nessuno ne ha parlato a livello nazionale. L'importante è che però abbia parlato la voce del cuore del tifo, a partire dalla mitica ‘’Andrea Costa’’ fino ad arrivare a chi come me è un ‘’ministro degli esteri’’ rossoblù. Quando mi chiedono cosa sia l'amore, penso proprio a noi tutti, a quanta benzina abbiamo messo nelle gambe e nell'animo dei nostri, anche di quelli che finora erano semplici comprimari. Già, perché c'era un ragazzo che si chiamava José Angel Crespo, uno dei reietti del roster di Pioli, che ha fatto la gavetta (chiamiamola così) tra prestiti e panchine. Non era bello ma... il primo trionfo del Bologna in campionato porta la sua firma. I rossoblù avrebbero potuto vincere con la meravigliosa rovesciata di Kone contro la Sampdoria o con il tiro magico di Diamanti con Abbiati battuto e la traversa a salvarlo. Eppure, il destino ha voluto che la prima gioia felsinea arrivasse così, con un ‘’gollonzo’’ non bello, appunto, di un calciatore, non bello, finora fuori dalle grazie di Pioli. C'era un altro ragazzo, anche lui esterno destro difensivo, di nome Gyorgy Garics. Di lui s'è sempre detto che se fosse bravo con i piedi quanto lo è nella conoscenza delle lingue, a quest'ora starebbe nel Real Madrid. Per una volta, in quel di Cagliari, e a pochi giorni dal compleanno dell'"onorevole Giacomino", ha onorato il numero di maglia che indossa, non senza cagionare qualche amarezza alla visione, da più di tre anni. C'era un ragazzo, un altro, di nome Michele Pazienza, emblema della disastrosa gestione tecnico-finanziaria del duo Guaraldi-Zanzi: calciatore dallo stipendio salatissimo, a volte svogliato e comunque sempre avulso dal gioco, senza contare le tante panchine scaldate più che meritatamente. Succede che nel capoluogo sardo va in gol anche lui, ebbene sì, non cancellando di certo i discorsi di cui sopra ma dandoci almeno la consolazione che stavolta la pagnotta se l'è guadagnata. E poi c'era un ragazzo, di nome Panagiotis Kone, lui sì che era bello, chiamato a sostituire in tutti i sensi (anche come capitano) un certo Alino Diamanti. Volete sapere se c'è riuscito? Diciamo che a fine partita è aumentata in maniera esponenziale la paura di perderlo a gennaio... E poi c'erano tanti ragazzi e ragazze che come me e voi hanno sostenuto e sostengono a gran voce questa squadra, che hanno mandato giù amarezze infinite e che ogni giorno vivono sospesi tra la paura di retrocedere eo fallire (sappiamo quanto siano legate le due cose) e la speranza di tirare, un giorno, un sospiro di sollievo con una bella ‘’tazzulella 'e cafè’’. Ebbene, signore e signori, non è retorica ruffiana da ‘’curvaiola’’, ma questa fantastica tre giorni rossoblù, che dà un senso al calvario dei primi due mesi di campionato, è tutta per noi. Non esistono calciatori brocchi, partite sfortunate, classifiche orribili, arbitri cornuti o dirigenze incapaci che ci abbatteranno. Insomma, potete abbattere il capitale sociale, ridurre questa maglia alla fame più di quanto già lo sia, ma noi no, non ci abbatterete mai.

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