Peppe Poeta, intervistato dal Corriere della Sera, parla della sua esperienza di Saski Baskonia, Virtus e basket europeo: “Sto imparando molto qui. E’ un club di super livello, il giocatore deve solo pensare a giocare. Per me disputare l’Eurolega è un sogno. Sono qui con un ruolo preciso, so cosa devo fare. Mi manca la mia Bologna, perché ormai sono un bolognese e quella è la città che ho scelto per la vita, ma il basket in Spagna è di un altro livello. In Italia tornerò di sicuro, la nostra pallacanestro è stata il punto di partenza e mi ha permesso di essere qui oggi”.

Il basket spagnolo è diverso da quello italiano: “La più grande differenza tra la pallacanestro spagnola e quella italiana, dal punto di vista tecnico, è l’assetto. In Spagna tutte le squadre hanno due playmaker veri, un titolare e una riserva. Sono quasi tutti europei, è rarissimo incontrare un play americano. Giocano per la squadra, devono interpretare il gioco ‘vecchio stampo’ in chiave moderna. In Italia invece ogni team ha come titolare un play americano, che molto spesso non è nemmeno un vero play ma una combo-guard. Da qui parte tutto”.

Sull'addio alla Virtus: “Inutile girarci intorno: ci sono rimasto male. Ho dato tutto per il club, sono entrato in simbiosi con la città, per me la maglia della Virtus ha un valore inestimabile. Non me l’aspettavo, avevo il contratto e francamente stavo già pensando alla stagione del rilancio. Ma resto comunque il primo tifoso della Virtus, quella è casa mia. Auguro a Villalta di riportare in alto il club, all’inizio le difficoltà sono tante ed è normale faticare un po’. Qualcuno dice che si sono pentiti di avermi mandato via? Non penso, erano molto sicuri. In ogni caso inutile guardare indietro. Il pensiero positivo è che se fossi rimasto a Bologna, ora non avrei giocato l’Eurolega. Mi ritengo fortunato: dalla C1 a oggi, ogni anno non ho fatto passi indietro. E spero che sia anche il percorso della Virtus, provare a dare continuità perché in Italia, adesso, è una cosa che fa la differenza. Avessimo avuto continuità, in passato, avremmo potuto fare grandi cose. Pensate alla squadra con me, Koponen, Cdr, Sanikidze, Gigli: se non fosse stata smantellata, con un paio di innesti avremmo certamente raggiunto la finale scudetto. Magari aprendo un ciclo. Il progetto tecnico non può mai essere secondario”.

Che cos'è Bologna per chi la vede da fuori? "Bologna, per il basket, è ancora ‘Bologna’. Quel che ha fatto il Baskonia qui a Vitoria, ad esempio, può essere replicato e la Virtus è fra i pochi club in grado di farlo. Adesso la Spagna ci batte, ma se togliamo le big non è che Gran Canaria – oggi al quinto posto – sia chissà che roba. Io sono qui anche e soprattutto perché ho giocato nella Virtus. ‘Kinder Bolonia’ è ancora un biglietto da visita che apre mille porte, anche quindici anni dopo. Per molti club in Europa, la Virtus rimane riconosciuta e riconoscibile. In tanti ci hanno perso partite decisive, Bologna sanno benissimo che cosa è”.

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