Poche ore dopo aver assistito ad un doppio abbattimento di capitale sociale in casa Bologna, risulterebbe evidente a chiunque quanto la dirigenza rossoblù sia stata in questi anni completamente inadeguata al compito richiesto. In otto mesi il capitale del Bologna FC è passato da 18 a circa 4 milioni di euro svalutandosi di oltre il 75% mentre quello della sua controllante Bologna 2010 inevitabilmente è sceso da 19 a 8. Tutto questo accade soprattutto a causa della mancanza di liquidità in un club i cui soci negli ultimi tre anni non hanno di fatto mai immesso nuovo denaro a ripianare le perdite, ma anche per colpa di una gestione apparsa sin dal primo giorno disastrosa. Il Bologna, reduce dagli anni Menarini e dal breve periodo Porcedda con annesso rischio fallimento, infatti già nell’estate del 2011 era una società con un monte ingaggi già elevato e troppi giocatori in rosa ma si decise comunque di confermare metà dei tesserati dell’anno precedente con i relativi stipendi. Già allora si commise dunque il primo errore andando ad appesantire ulteriormente il peso economico sulle spalle di un club che invece probabilmente avrebbe bisogno di ripartire da una rosa più snella sia a livello numerico che retributivo puntando su giovani in cerca di gloria e poco costosi o magari in prestito da altre squadre. Qualcosa sul piano della scelta dei giovani era stato impostato grazie a Setti e Bagni, uomini ben presto però allontanati dalla società rossoblù. Scelta la strada sbagliata, il Bologna ha continuato quindi a percorrerla senza alcuna esitazione affidandosi alle idee di Zanzi, amministratore prestato al mercato, e mostrandosi ogni giorno più debole anche a livello mediatico con le dichiarazioni del presidente Guaraldi prontamente smentite dai fatti. Iniziano così le cessioni dei pezzi migliori per mettere pezze ad un bilancio mai risanato e sempre più gravato dai costi di ingaggi elevatissimi se rapportati sia alle dirette concorrenti della Serie A sia alla qualità delle prestazioni fornite sul campo. Ma come se questo non bastasse ci sono altri due passaggi fondamentali che testimoniano di come la gestione del Bologna sia fallimentare e propedeutica allo stato attuale delle cose. Innanzitutto l’acquisto di giocatori decisamente poco funzionali al progetto (dai casi eclatanti Riverola e Abero ai recenti Ibson e Friberg) a cui vengono comunque accordati stipendi importanti e sproporzionati. In secondo luogo la gestione a dir poco discutibile dei rinnovi contrattuali con alcuni tesserati tenuti per mesi in attesa di un incontro e altri a cui invece vengono concessi ritocchi al contratto assolutamente esagerati sia in termini di durata che di remunerazione. Ne è un chiaro esempio l’ormai ex capitano Diamanti, blindato fino al 2017 con uno stipendio degno di un top club ma anche l’altrettanto ex tecnico Pioli, a cui nell’estate del 2013 venne proposto un inutile rinnovo fino al 2015 di un contratto non in scadenza salvo poi arrivare all’esonero qualche mese dopo. E proprio quello dell’allenatore parmense è un caso che riassume in sé tutte le caratteristiche della malagestione che ha condotto il Bologna sull’attuale ciglio del baratro. Possibile infatti che lo stesso professionista (aldilà dell’esonero subito che non inficia particolarmente la valutazione sul suo lavoro) sia stato tesserato ieri dalla Lazio con un biennale ad una cifra dimezzata rispetto a quella percepita durante la sua esperienza in rossoblù?
Malagestione Bologna: Pioli è l’ultimo caso
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