Mercato, bilancio e stadio nuovo. Anno di transizione. Poi Saputo...
Comincia a essere pensiero comune l'annata di transizione. Quella in cui non ci sono picchi e nemmeno disastri. Le famose salvezze tranquille di metà classifica. D'altronde, andata perduta tutta l'ossatura centrale e con investimenti più contingentati che in altre occasioni, oggi diventa difficile prospettare per il Bologna una succosa lotta europea. Al posto di Lucumi c'è Gassama (oppure Heggem comprato l'anno scorso...), al posto di Freuler c'è El Azzouzi e al posto di Castro la coppia Dovbyk-Piccoli. Non esattamente il mercato aggressivo di chi vuole a tutti i costi tornare nelle coppe e riprendersi quei ricavi che hanno salvato il bilancio in questi anni (a proposito, non è che il carrozzone Bologna stia costando troppo?). Così, mentre nell'etere abbondano le lezioni di giornalismo ed economia, si dimentica che un club di calcio ha come unico e insindacabile core business la squadra che mette in campo. Ovvero i giocatori che indossano la maglia e che giocano nello stadio (di proprietà o no) e si allenano nel centro tecnico. Cioè, sostenibilità sì, strutture sì, ma anche zugàdur, per dirla alla bolognese.
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