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La lezione di Lucio

Redazione TuttoBolognaWeb


Gianni lo sapeva.


Sono passati ormai una decina di giorni da quando la squadra del Bfc si è presentata ballando sul palco, davanti ad una Piazza Maggiore satura di persone. Dieci giorni ed una partita a San Siro. Quel siparietto sembrava uno scherzo, un semplicissimo tributo simpaticamente presentato dall’amico Gianni al caro Lucio, in onore della sua vita in RossoBlu. Neppure i giocatori ci credevano, era evidente; avevano le facce di chi decide di stare ad un gioco divertente, senza però essersene appassionati quasi per niente. Come dargli torto? L’unico fra loro che sembrava averci preso la mano era Alino, da capitano qual è, sorridente e contento di ritrovarsi a fare spettacolo in maniera differente da come era abituato a fare solitamente. Perché anche lui già sapeva.

Qualcosa però deve essere accaduto, dopo. Qualcosa nella testa di quei ragazzi deve aver compiuto il suo giro, aggiungendo un chè in più alle loro consapevolezze. L’abbraccio di una piazza intera unita nel ritmo di una canzone e negli applausi alla squadra deve avergli detto qualcosa, deve averli fatti pensare. E deve averli fatti pensare parecchio anche l’affetto che questa città ha dimostrato di avere per Lucio, per uno degli emblemi di Bologna, per uno di loro. Come spieghereste altrimenti i primi 40 minuti della sfida con l’Inter? Non poteva essere solo tattica. Non ho mai visto i giocatori del Bologna così carichi, così aggressivi, così determinati e rabbiosi e volenterosi di rendere assoluta la loro presenza in campo. C’erano solo loro.

Gianni lo sapeva. Il presidente onorario aveva capito che c’era ancora qualcosa da fare per rendere i ragazzi realmente partecipi di ciò che rappresentano per questa città. Non si tratta solo di calcio. Non ci sono solo dei tifosi. Essere parte di ciò che è un emblema bolognese (come Lucio e come il BFC) vuol dire essere Bologna. E i Bolognesi, che sono Bologna, non si tirano mai indietro quando c’è da sostenere uno dei propri simboli. Non accade solo allo Stadio, ma soprattutto fuori da esso: al bar, al lavoro, in vacanza, a scuola, a San Siro, in piazza al concerto per Lucio. Essere Bolognese vuol dire questo.

Sono convinto che adesso lo abbiano capito anche loro, anche gli altri giocatori (perché Alino già sapeva). E ne sono convinto perché il Bologna non ha segnato in quei 40 minuti di furore e pienezza agonistica, ma ha segnato quando sembrava che non sarebbe più riuscito a farlo, quando si poteva pensare che la spinta fosse ormai perduta. Invece, non solo è arrivato il Gila-Gol, ma abbiamo pure resistito fino all’ultimo minuto, stringendo i denti. Ho scritto ABBIAMO, perché c’era tutta Bologna sul manto verde di San Siro; c’era la Bologna che ha abbracciato i giocatori su quel palco dieci giorni fa e li ha fatti sentire qualcosa di più di una squadra di calcio, di un team di professionisti che devono fare ciò per cui sono pagati. E l’abbiamo vinta insieme.

Gianni, vecchia volpe, lo sapeva.

Domenica allo stadio, non ci saranno solo tifosi del Bologna. Ci saranno anzi molti tifosi zebrati ad interferire nell’abbraccio bolognese che ora i giocatori conoscono. Speriamo che non siano bastati dieci giorni e una partita a San Siro a far dimenticare ai ragazzi quella piazza e quel palco e l’emblema bolognese che sul campo, con le loro forze, essi rappresentano. Speriamo gli rimanga a lungo impressa nella memoria la lezione di Lucio.