Non è stata proprio una rivoluzione

Non è stata proprio una rivoluzione

“Rovesciamento radicale di un ordine costituito”. E’ il significato del termine ‘rivoluzione’, una parola che molto spesso sentiamo riecheggiare sotto I Portici. Analizzavo dunque le scelte di Delio Rossi e il suo modo di porsi ai ragazzi. Mi sembra di poter dire che una rivoluzione vera e propria non ci sia stata. O meglio: sicuramente i metodi di lavoro sono cambiati, ma le scelte sui moduli e sugli uomini non sono mutate in maniera radicale. Innanzitutto, c’è la consapevolezza da parte di Delio Rossi dell’impossibilità di far emergere con nitidezza la sua mano sul prodotto Bologna con così poco tempo a disposizione. Un contro è preparare in estate una squadra costruita da te e progettata sulle tue indicazioni, un altro arrivare a tre giornate dalla fine con a disposizione una rosa modellata sul vecchio allenatore e migliorata con il mercato di gennaio non sui dettami forniti dal nuovo mister (che in quel momento non pensava di certo di poter sbarcare qui). Rossi si ritrova un prodotto non pienamente suo, quindi deve maneggiarlo con cura ma al tempo stesso scuotendolo dal torpore che ciclicamente lo limita. Agitare con moderazione, un po’ quello che ti raccomandano con una Coca Cola appena presa in mano. Il mister ha agitato le acque proponendo nuovi metodi di allenamento rispetto a Lopez, soffermandosi sui movimenti offensivi o più in generale curando nei minimi dettagli quello che una squadra deve fare in campo. Sotto il profilo mentale e psicologico, Rossi cerca di pungolare la truppa, la stimola e a volte la rimprovera, un modo per ritrovare motivazione e determinazione e al tempo stesso per insegnare calcio. Di norma un allenatore fa questo. 

 

Sicuramente il mondo è cambiato a Casteldebole, ma il sabato le differenze non sono così stordenti. Non parlo di risultati, troppo presto per fare un bilancio, ma di scelte. Le novità rispetto a prima sono sostanzialmente due e non undici: il portiere titolare e la prima punta. Con Delio Rossi giocano Da Costa al posto di Coppola e Mancosu al posto di Cacia, sono cambiati l’ultimo baluardo davanti alla porta rossoblù e la prima bocca da fuoco di fronte la rete avversaria. In mezzo più o meno le stesse cose proposte da Lopez. Gastaldello e Maietta giocavano anche con l’uruguagio così come Ceccarelli a destra e Masina a sinistra, il centrocampo a rombo è il mantra del precedente allenatore e gli interpreti (Krsticic a parte) gli stessi. Casarini è insostituibile, Matuzalem è parso più incisivo in fase di regia e Buchel sta lentamente tornando quello pre-infortunio. Giocherebbe Krsticic sulla trequarti al posto di un Laribi in fase involutiva, ma gli infortuni sono il tallone d’Achille del serbo che fa fatica a scendere in campo con continuità. In avanti, Mancosu e Sansone. L’ex Samp, a parte un gennaio passato in panchina, è diventato un punto fermo e lo stesso Lopez aveva capito l’importanza della seconda punta dotata di tiro, dribbling e pericolosità sui calci piazzati (citofonare Bessa per quelli calciati sabato contro l’Avellino). Mancosu invece ha scalzato Cacia dalle gerarchie ma continua a non essere produttivo in attacco, qui occorre recuperare entrambi perché un attacco da 70 gol non può essersi dissolto nel nulla.

 

Delio Rossi sta lavorando dunque su delicati equilibri, cercando in primo luogo di migliorare quello che prima non andava e in secondo di imprimere il proprio marchio sul Bologna. Difficile ripartire da zero con un mese a disposizione, ci sono i normali tempi di conoscenza e le giuste contromisure da adottare per una squadra che ha sostanzialmente fallito il primo obiettivo: la promozione diretta. Si può lavorare però modificando leggermente le gerarchie e insegnando nuovi movimenti con cui mettere in difficoltà gli avversari. Ricordiamoci che ad un certo punto della stagione il Bologna ha iniziato a balbettare proprio perché i nostri avversari avevano perfettamente compreso i nostri punti di forza limitandoli. Ecco perché si può portare qualcosa di nuovo anche in poco tempo, sfruttare la discreta base costruita prima rendendola più produttiva in avanti. Il Bologna a volte è apparso come la più classica delle nazionali portoghesi: buona mole di gioco sprecata dalla mancanza di un bomber. In realtà ci sarebbero eccome, ma dovranno essere baciati di nuovo dal sacro Dio di ogni attaccante: il gol. Sfruttare il Bologna di Lopez dotandolo di più grinta, nuovi movimenti e attaccanti nuovamente incisivi. Non è una rivoluzione, ma un rimedio di quello che non funzionava, l’ultimo tassello del puzzle o più semplicemente un Bologna che torna a fare il Bologna.

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