Piccioni

Piccioni

Pareggiare una partita già vinta con un rigore inesistente e non riuscire ad avercela con l’arbitro. La dura vita di chi tifa Bfc.

Una partita di calcio è un’equazione perfetta di attimi che trova la sua naturale soluzione al triplice fischio finale. E’ una formula complessa con molteplici sfaccettature, momenti decisivi che non puoi sbagliare. Devi scegliere accuratamente l’attimo esatto in cui entrare in scivolata, provare un anticipo, staccare di testa, tuffarti per una parata, calciare in porta, decidere un cambio, fischiare un fallo a centrocampo o un rigore. Se sbagli uno di questi momenti il risultato non torna, non c’è nulla da fare.

Non ci sono sfumature, ci sono solo irripetibili spazi brevissimi di tempo in cui agire. Il momento in cui Helander decide di partire per andare a prendere quel pallone con la punta del piede e buttarlo in fondo al sacco. L’istante in cui Donadoni sta per togliere Masina e mettere su Ferrari, solo che Donsah ha i crampi, sarebbe il secondo cambio, sarebbe un azzardo. L’istante passa, meglio attendere e cambiare il centrocampista con Pulgar. Un Masina in grande difficoltà, saltato spesso e volenti come un birillo. Non che dalla sua parte ci siano clienti facili, però in serie A non ci sono avversari comodi, devi essere tu ad essere il più forte. L’attimo in cui Di Francesco si vede sbucare davanti il pallone ad un amen dalla riga di porta e lo cicca clamorosamente. E’ un attimo fuggente che vorresti riavvolgere per non ritrovarti lì, sdraiato sull’erba, a sgranare il rosario dei Santi. Il secondo in cui Pulgar decide di entrare su quella palla messa in mezzo dalla Lazio e rischia l’autogol. L’attimo in cui il pallone sbatte contro il palo. Il momento in cui Da Costa ci mette la mano ricacciando l’urlo in gola agli spettatori dell’Olimpico. La frazione di secondo in cui Maietta decide di andare in anticipo su Immobile spalancando la porta all’avversario e il successivo momento in cui Ciro spara a salve facendo fare bella figura a Da Costa.

Attimi irripetibili, determinati. Come quello in cui Masina e Oiko devono calciare quel maledetto pallone. Buttarlo fuori dallo stadio, rompere qualche finestra di Trastevere. Possono fare quello che vogliono, non devono fare quello che stanno facendo: avere solo un attimo di indecisione. Il tempo non perdona, il calcio non perdona, l’avversario non perdona. Manca troppo poco allo scadere, alla fine delle tue sofferenze domenicali per esitare. Lo sanno tutti, lo sanno loro. Invece nulla, la palla resta lì. Infame. Stupida. Inerte. Poi vallo a spiegare ai tuoi compagni, ai tifosi, all’allenatore, al magazziniere, al presidente che è stata una questione di un attimo. Il secondo successivo potevi essere sotto la curva travestito da eroe ed invece ti ritrovi lì, nel posto sbagliato, a tuo agio come un vegano ad una grigliata, un piccione in un nido di aquile. Sbancare l’Olimpico senza sei titolari, con una partita tutta cuore, un primo tempo gagliardo e un secondo di grande sofferenza con un Da Costa in formato extraterrestre.

Attimo. Il momento in cui l’arbitro deve fischiare. E come fai a condannarlo quando tu, comodamente seduto sul divano, non hai il minimo dubbio. Rigore. Poi è chiaro che se quell’istante lo puoi fermare, farlo andare avanti e indietro a piacimento, vedi che Wallace si butta. Ma è questione di un battito di ciglia nel quale devi decidere se fischiare o no, e Di Bello decide di buttare aria dai polmoni.

L’attimo in cui ti rendi conto di aver pareggiato una partita già vinta a causa di un rigore inesistente. L’attimo in cui ti ricordi di essere un tifoso del Bologna e torna tutto.

MATTEO RIMONDI

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