No, Vasco! No, Vasco, io ci ricasco

No, Vasco! No, Vasco, io ci ricasco

di Matteo Rimondi

Comincio con una divagazione. Vi chiedo scusa, ma quell’urlo “e ora applaudite anche me, cazzo!” di Roberta Vinci nel catino infuocato e nemico del Flushing Meadows è stato meraviglioso. Chi se ne frega se poi ha perso la finale. Per tutti i tifosi, quelli che guardano da dietro ad uno schermo o dalle tribune, per quelli che vivono di pure emozioni, beh non c’era più storia: Roberta aveva già stravinto gli US Open. Perché in fondo chi perde ci sta pure più simpatico, ha quel qualcosa in più, quell’ignoranza sportiva che lo rende straordinario a prescindere. Anche se non vincerà mai uno slam.

 

Torno a bomba sul Bolo. Dopo quindici giorni di parole – molte a sproposito – su acquisti, ingaggi, quarto o quint’ultimo posto, potenzialità, gioventù, esperienza, amalgama, 4-4-2, 4-2-3-1, 4-3-3, 5-5-5, Joe vs Joey e strappi dalle mani di un miliardario ad un altro (va beh, lasciamo perdere…), tutte queste chiacchiere svaniscono nel nulla, perdute nel tempo, come lacrime nella pioggia. È tempo di giocare. Alle 11.00 la ferale notizia: non è più tempo di giocare, allerta meteo su Genova. Noooooooooooooo!! Dobbiamo aspettare altre trenta ore di parole. Non ce la posso fare…

 

Invece ce la faccio. Lunedì, ore 20.45, è ora di scendere sul verde prato di Marassi. Mounier coglie tutti di sorpresa. Personalità, dribbling e accelerazioni. Un po’ innamorato della palla, ma ascolto anche Di Vaio quando dice che bisogna mettere in conto della poca intesa con i compagni che a volte fa perdere il tempo del passaggio. Donsah e Taider sbagliano molto ma sudano anche tanto per recuperare palloni. Brienza si vede poco, quando prende la sfera però è di un’altra categoria. Ferrari parte malino ma cresce alla grande. Il problema di Alex è che dopo cinque minuti è la sofferenza fatta a persona. Sembra sempre sul punto di lasciarci le penne, poi riparte e corre come un matto. Peccato che i cross assomiglino maledettamente a quelli si Garics. Giaccherini non faccio in tempo a vederlo che è già rotto. Azz. Primo tempo tutto sommato equilibrato. Certo che se gli avversari schierano Vasco Regini e il cronista tutte le volte che tocca palla si esalta con un “palla a va-scoreggini”, capisci che il vento può cambiare da un momento all’altro.

 

Si torna in campo. Inquadrano l’arbitro e mi accorgo che è un merge fra Jonny Groove e Rocco Siffredi. Del primo non ho paura, del secondo un po’ si. E infatti dopo 17 minuti ce lo mette in quel posto. Secondo giallo a Rizzo e la partita fa crack. Luca fa una coglionata galattica e su questo non ci piove. Però “pizzica” la maglia dell’avversario nell’area della Samp, non ferma un contropiede. Da regolamento è giallo, ma se giocassimo con una maglia bianconera, probabilmente sarebbe arrivata solo una sgridata. Ci siamo capiti. Al 25’ Rossettini va a prendere di testa un pallone che sarebbe finito in curva e Muriel ci grazia. Cinque minuti dopo, invece, non ci grazia Eder che sfrutta un buco colossale al centro della difesa rossoblù. In effetti non fa mai goal, dargli un paio di metri è una buona idea. Passano quattro minuti, Soriano spara un missile che incenerisce Mirante, 2-0. Tanti saluti. Anche a “va-scoreggini”.

 

Non si può dire che il Bologna abbia giocato male. E’ che sembra manchi sempre qualcosa. In undici contro undici avremmo anche meritato più dei blucerchiati. Però schieriamo una formazione ultra offensiva e non tiriamo mai in porta. Destro non si è mai visto. Troppo solo, troppo nascosto dietro al difensore, troppe poche palle giocabili. Insomma troppo poco. Tre tiri in porta, uno dei quali a partita in ghiacciaia, sono davvero un misero bottino. Spingiamo dalla parte di Ferrari e mai dalla parte di Masina che i cross li saprebbe fare. La difesa ha delle amnesie da brividi, Rossettini e Maietta a volte sembrano gli smemorati di Collegno: “Chi marco.. Boh!”. Poi la solita ingenuità. Non siamo in B, in serie A ti puniscono. Amen.

 

Non è tempo di processi. Non è tempo di trovare colpevoli o capri espiatori. Facciamo un bel Ice Bucket Challenge, ghiacciamo il cervello e stiamo calmi. Sapevamo che ci sarebbe voluto tempo. Diamo quel tempo a Rossi e alla squadra per crescere. E speriamo che domenica sia la volta del “e ora applaudite anche noi, cazzo!”

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