L’urlo di Giak

L’urlo di Giak

Gli Europei a tinte rossoblù.

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Ore 21.32 di una bella serata di metà giugno. Inspiegabilmente siamo tutti davanti alla tv anche se il meteo invoglierebbe ad una passeggiata per le viuzze cittadine, una birretta fresca con amici e due chiacchiere prima di andare a nanna. Invece no, quando rotola un pallone noi siamo lì a guardarlo inebetiti, non c’è nulla da fare.

Nessuna delle ventidue paia di gambe pelose che corrono sullo schermo di casa indossa la giusta casacca e questo dovrebbe bastare a farci cambiare canale. Perché noi tifosi del Bologna non abbiamo un grande feeling con la maglia azzurra. La nostra testa è già totalmente occupata dalle questioni di casa, non abbiamo proprio lo spazio per infilarci altre preoccupazioni. Poi mezza squadra è formata da zebrati e l’altra metà da interisti, laziali e romanisti, quattro ex Cesena e chi più ne ha più ne metta. Ma una mezza maglia rossoblù si intravede. Sul retro c’è scritto “da consumarsi entro il 30.06.2016”, ma chi se ne frega, fino a quella data lo sentiamo nostro, è bolognese, indossa i nostri colori. Alla carrellata della telecamera sull’inno nazionale di lui si intravede solo il ciuffo, è il più basso di tutti. Ma al via delle ostilità non si nota, in campo è un gigante. Corre, si sbatte, sbaglia, recupera, riparte, si danna l’anima. Su quella fascia è ovunque.

Ore 21.32, Bonucci si traveste da Pirlo (o da Crisetig se preferite) e lascia partire un lancio di sessanta metri, sembra che il pallone sia guidato da un gps. Però ci vuole anche qualcuno che capisca prima degli altri dove quella palla finirà, che parta nel momento giusto per anticipare i difensori, per prendere quel metro che gli consenta di mettere giù il pallone. Potrebbero farlo Pellè o Eder, le due punte, i bomber designati a farci sognare. Invece a partire in maniera perfetta è quello con sotto la canotta con i nostri colori, quello che solo un’estate fa era dato per disperso, finito nel dimenticatoio del calcio.

L’esterno italiano parte dai 25 metri prima di tutti. I difensori belgi sono ancora lì impalati a rimirare il pallone che vola – “ohhh.. guarda che bello, come vola bene…” – che l’azzurro ha già capito tutto. Al contrario degli altri sa già dove quel lancio finirà e cosa deve fare. Alderweireld vede che qualcuno gli è sfilato dietro, gli ha preso il tempo, è andato. Prova a metterci una pezza, salta per prenderla di testa ma la palla gli passa due centimetri sopra al ciuffo. All’altezza del dischetto del rigore, un paio di metri spostato a sinistra, il piccolo grande uomo ci mette il piede e la sfera, docile, si ferma lì senza bizze. “La sua destinazione è raggiunta”, dice una voce robotica che solo il numero 23 azzurro sente. Due passi, piattone di ordinanza e uno dei portieri più forti del mondo è battuto. La rete si scuote in quello che per noi tifosi è il più bel movimento che il creatore abbia inventato.

Ore 21.32 l’Italia è in vantaggio e ha segnato Giaccherini! Non Eder, non Pellè, non un zebrato, non un interista. No, il bolognese Giaccherini che corre come un matto, la faccia stravolta e quella mano che continua a battere proprio lì dove solo un mese fa c’era – e tutti speriamo che lì ritorni – lo stemma del Bfc. “Per l’Italia ha segnato il numero 23, Emanuele…”, “Giaccherini” risponde lo stadio. Ma non è l’urlo del Dall’Ara, non ha la stessa intonazione, lo stesso amore. E Giak lo sente, perché se il ragazzo di Talla è in Francia, è anche un po’ merito nostro, di quella maglia che ha indossato nell’ultimo anno, di quello stadio che lo ha sostenuto, del popolo rossoblù che ha creduto in lui.

Ore 21.32 per l’Italia ha segnato Emanuele Giaccherini… e un po’ tutta Bologna.

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