Nazionale, i risultati non sono casuali: il divario con i tedeschi non è solo tecnico

Nazionale, i risultati non sono casuali: il divario con i tedeschi non è solo tecnico

Le amichevoli internazionali hanno sbattuto la verità in faccia ai tifosi azzurri: certe compagini sono troppo superiori dal punto di vista tecnico, che però non è l’unica voce in cui il divario appare netto.

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“Non possiamo essere selezione, dobbiamo essere squadra. Su 100 giocatori in Serie A, solo 34 sono convocabili. Io ho a disposizione la metà dei giocatori che aveva Lippi”.

Dimenticavo, parole e pensiero firmato Antonio Conte, CT della nazionale italiana.

Ecco, diciamo che con tanti giorni confusi e confusionari in casa rossoblù, argomenti fin troppo dibattuti (leggasi direttore sportivo) e una partita di campionato ancora lontana affronto un tema comunque importante, perché considera e tiene conto del totale movimento calcistico italiano. L’ottima prestazione fornita contro la Spagna e gli schiaffi rimediati dagli odiati cugini tedeschi non sono casuali e ridurre il tutto ad errori di formazione e divario tecnico, seppur palese, non dipingono in maniera esatta l’immagine posta dinnanzi a noi, più che altro può rappresentarne la cornice.

Innanzitutto bisogna distinguere due situazioni differenti: nazionali e squadre di club non possono essere posti su uno stesso piano, ma ritraggono in maniera diversa una fotografia simile.

Riguardo le nazionali il dato più evidente è l’imbarazzante continuità dei tedeschi di rimanere ai vertici, capaci di vincere 4 Mondiali nel dopoguerra e raggiungere altrettante finali e ben tre terzi posti. Gli Azzurri possono vantare lo stesso numero di Mondiali vinti ma metà delle finali disputate rispetto ai nostri rivali e un solo terzo posto. Prendendo in considerazione anche gli Europei il discorso non cambia.

Un aspetto fondamentale dei recenti successi teutonici è l’integrazione dei famosi “oriundi” che rappresentano buona parte dell’ossatura della squadra selezionata: Ozil e Gundogan possiedono origini turche, Podolski e Klose (miglior marcatore della nazionale tedesca e della storia dei mondiali) sarebbero polacchi, così come Khedira tunisino. E altri esempi rilevanti non mancherebbero.

Un altro aspetto importante è rappresentato dalle sponsorizzazioni: Adidas paga alla Germania 25 milioni fino al 2018 e curiosamente è proprio uno sponsor tecnico tedesco che contribuisce a pagare in maniera determinante lo stipendio dell’attuale commissario tecnico italiano. Adidas e Puma hanno entrambe sede in un luogo dal vago accento tedesco, a Herzogenaurach (sì, ho fatto copia e incolla): la prima fattura oltre 14 miliardi di euro, la seconda “solo” 3 miliardi. Anche in questo punto il confronto è impietoso poiché l’unica marca italiana di abbigliamento sportivo che veste e sponsorizza ad un certo livello calcistico e sportivo è la nostra Macron, la quale fattura però meno di 100 milioni di euro. Un aspetto che personalmente non dovrebbe passare inosservato, tanto passa dalla voglia di poter spuntare dal petto dalla casacca della nazionale del proprio paese: chiedere ad Adidas, pronta a mettere sul piatto cifre folli – si parla di circa il quadruplo percepito attualmente – per battere la concorrenza di Nike per quanto riguarda la Nazionale allenata da Löw.

Anche la differenza tra i due campionati appare netta: dati alla mano la Bundesliga fattura 2,62 miliardi di euro, mentre la Serie A 1,84 miliardi. Non solo, come al solito i ricavi dalle sponsorizzazioni giocano un ruolo di primo piano nell’economia globale di un movimento sportivo, infatti il campionato tedesco incassa ben 168 milioni, il massimo campionato italiano è invece ultimo tra i top con 83 milioni. Peggio di noi solo l’Eredivisie che guadagna 41 milioni.

Ultimo dato riguardante le presenze negli stadi: oggi la Bundes supera le 40.000 unità (più di 42.000) mentre la Serie A continua a segnare picchi negativi con una media di circa 22.000 spettatori, 22.422 per la precisione. D’altronde basta un’occhiata anche fugace per notare maree di seggiolini vuoti.

E pensare che durante la stagione 2013/2014 il Friburgo, retrocesso, ha fatto registrare addirittura il 99,38% di media spettatori, un altro mondo.

Il cambiamento è lento, lentissimo e le convocazioni continuano ad esserne una prova (Montolivo? Ranocchia?). Davvero la luce fievole in fondo al tunnel appare lontana, ma gli Azzurri possiedono comunque valori e qualità per centrare il bersaglio grosso. Ecco, forse per questo servirebbe un altro editoriale!

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