Corvino è stato sontuoso in fase di campagna acquisti, ha sostanzialmente costruito un Bologna con quattro colpi provenienti dalla Serie A, un mercato che se fosse stato fatto l'anno scorso avrebbe sicuramente evitato una dolorosa retrocessione. Ora però c'è il rovescio della medaglia, il cruccio che da sempre attanaglia il buon umore che si respira in città e costringe le casse del Bologna a dissanguarsi di stipendi con effetti non produttivi. Gli esuberi sembrano un ostacolo insormontabile, una specie di ventosa che non si stacca nemmeno sotto la forza di trecento uomini. Tutti restano, anche se le proposte non sono da scartare. Evidentemente lo stile di vita bolognese piace, con le sue pietanze, il suo quiete vivere e la cordialità delle persone, è tutto talmente attrattivo che passa in secondo piano anche stare in panchina o in tribuna per mesi. Da calciatori a turisti il passo è breve. Sono scelte di vita, il calcio rischia di passare in secondo piano, scendere in campo ogni maledetta domenica (o sabato) in una squadra in cui sei considerato un punto forte può essere meno attrattivo del sentirsi a casa in una città accogliente seppur rimanendo tra le ultime ruote del carro dal punto di vista tecnico. Forse non c'è stimolo, non c'è la volontà di rimettersi in gioco magari a fronte di una riduzione di ingaggio e il professionismo conta fino a un certo punto perché - oltre alla mera questione economica - ci sarebbe anche quella relativa alla dignità di ciascun calciatore, sentirsi cioè valorizzati altrove non essendo possibile qui. Non voglio chiaramente fare nomi (tanto li sapete) ma davvero non capisco come certa gente possa strappare un contratto a giugno senza essersi rimessa in gioco almeno per i prossimi sei mesi. Rimanere un anno ai margini rischia di portarti tra gli svincolati allenati da Magrini, quelli che poi vengono intervistati dai vari siti continuando a ripetere "mi sto allenando, sono pronto, aspetto una chiamata dalla Serie A". E la lista di coloro che poi sono rimasti a spasso è lunghissima. Ecco, ricordate quelle amichevoli estive contro l'Equipe Romagna? Più o meno siamo lì.
A Bologna si sta troppo bene
Battute a parte, appare chiaro come l'ultimo lascito della vecchia proprietà stia di fatto bloccando il progetto di crescita di un Bologna che punta a risanarsi dal punto di vista economico e tecnico, investendo su elementi di qualità e non su scarti altrui o giocatori in fase discendente di carriera. Si cerca di fare una scrematura tra chi può essere utile e funzionale da chi appesantisce solo il bilancio. Purtroppo però il setacciatore di Corvino ha buchi troppo sottili per i pezzi grossi contrattuali che il Bologna presenta ancora al proprio interno, fermo restando che anche i briciolini non sembra intenzionati a lasciarsi cadere verso altri lidi. Sarebbero loro, quelli con ipotetico margine di crescita perché ancora giovani, a dover sentire l'impulso motivazionale verso quel richiamo della partita vera che non sentono da tanto tempo. Elementi portati qui come fenomeni salvo poi rivelarsi per quello che davvero sono: giocatori con un livello insufficiente per competere a certi livelli. Sul perché, anche questi, non abbiano voglia di ripartire più in basso per riprendere slancio non è dato sapersi, anzi, forse sì: a Bologna si sta troppo bene. Forse andare via da piazze come Crotone, Latina o Frosinone è più facile, ma dalle Due Torri diventa davvero fatica, perché questa città coinvolge e fa vivere bene tutti, senza distinzioni. Mi verrebbe da dire che Bologna è troppo bella e se fosse più brutta l'opera di sfoltimento procederebbe via più spedita, al tempo stesso però, questo benessere cittadino ha portato tanti campioni a rigenerarsi e un gruppo di americani a comprare la squadra della città. A questo punto mi guardo allo specchio e dico: meglio essere belli e attraenti, ci farà sopportare anche chi non vuole andarsene da qui soprattutto se dalla Serie A sono arrivati quattro nuovi acquisti per il presente e il futuro. Onestamente, ci sono problemi peggiori.
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