Tutto Bologna Web Editoriale Un ciclo nuovo per ravvivare il fuoco sopito

Un ciclo nuovo per ravvivare il fuoco sopito

Manuel Minguzzi
Ripartire da qualcosa di nuovo per consolidarsi con un pizzico di divertimento in più: cosa lascia Donadoni a questo Bologna?

E' ovvio che per fare un salto di qualità di tipo europeo servano giocatori forti - nessuno lo nega - ma nel frattempo è lecito divertirsi un po' di più col materiale a disposizione. Ma per fare questo servirebbe riaccendere l'entusiasmo in città, ormai da tempo sopito.

Ribadito il concetto che il bel gioco non è un orpello, non è la spilla da mettere all'abito nuovo da sera (il Bologna ha fatto punti con le big quando ha giocato meglio), per la piazza felsinea è urgente ritrovare un sussulto, un sospiro, un battito accelerato di cuore, uno spartito diverso da quello solito. Il Bologna di Donadoni si sa dove parte e si sa dove arriva, come i bus di T Per che partono da un punto A e arrivano sempre a un punto B con lo stesso tragitto in mezzo. Si vede una sconfitta ogni due partite, brutto gioco, solite conferenza stampa. Bene, siccome il Bologna non è destinato all'Europa fino a che non avrà restaurato lo stadio - quindi orientativamente 2020/2021 - sembrerebbe necessario consolidarsi in altro modo rispetto a quanto fatto ora. Onestamente, se fossi presidente, procederei a spasso spedito verso nuovi percorsi. Non un accanimento verso Donadoni, ma probabilmente la presa di coscienza che a questa piazza serve altro, cioè calore. Gli ultimi tre anni di Serie A hanno dimostrato che retrocedere è impossibile, di conseguenza il Bologna avrebbe potuto sperimentare con un progetto giovane magari con l'effetto megafono di un allenatore capace di formare e crescere calciatori ai primi vagiti. Non è stato così. E allora tanto vale provare a produrre nel prossimo triennio qualcosa di diverso, magari un Bologna più esuberante, più coinvolgente, meno scontato e meno piatto. Dare cioè 100 partite ad un nuovo tecnico, che magari ne perderà ancora tante - giusto per dare una stampella ai critici sul livello della squadra - ma in trasferta e non in casa, portando il Dall'Ara a essere un fortino in cui il Bologna si esprime gradevolmente servendo ai suoi tifosi più tortellini che pasta in bianco.

Dopo tre anni difficili, anonimi, servirebbe altro per un ambiente ormai depresso: il riferimento, certo, è anche ai sbandierati mancati investimenti sul comparto tecnico, ma anche verso una squadra che gioca male sia con i talenti in campo (Verdi, Palacio ecc.) sia senza. E allora si provi una nuova ventata in panchina, un allenatore in grado sia di dare un gioco più coinvolgente alla squadra ma anche di comunicare meglio. L'aspetto comunicativo non è secondario, perché spesso fa capire quanto un allenatore è inserito nel contesto ambientale in cui allena. Bologna è una città godereccia e in una fase come questa, probabilmente, serve trovare contenuti diversi rispetto a quelli stantii degli ultimi tre anni. Non per avere titoli o un allenatore sbrodolone: semplicemente per avere qualcosa di diverso, stimoli nuovi, un po' come aprire la finestra in primavera e fare entrare il venticello fresco dei 24 gradi riscaldato dal tiepido sole di maggio dopo un inverno rigido. Una boccata di aria nuova, ringraziando Donadoni per le tre salvezze tranquille ma chiedendosi anche cosa ci avrà lasciato la sua esperienza. Non è cattiveria, forse la sola presa di coscienza che un ciclo è finito.