Da giorni, ormai, non si parla d'altro. Di quello scudetto, lontano, perduto nel tempo, che prendiamo fuori dal cassetto come fosse un orsetto del cuore, regalatoci da un nonno, nei beati giorni del castigo. Mi sono spesso chiesto il motivo di tanto amore, legato in fondo a uno e uno solo dei sette titoli vinti dai rossoblù. L'ultimo, il più giovane, fa tenerezza. Certo. Ma il più giovane ormai ha le tempie imbiancate dal tempo... E - se potesse parlare - chiederebbe a noi, che lo trattiamo ancora come un bimbo in tenera età - di non usare vezzeggiativi o nomignoli imbarazzanti. Mi sono chiesto spesso se questo esercizio di memoria sia un piacere o al contrario un insano e masochistico rito. La risposta è semplice: forse tutt'e due. Oppure: la risposta è che non c'è un solo uso di questa memoria ormai antica. Si struggono quelli della mia generazione, io avevo sette anni, e quelli che a quell'epoca vivevano una giovinezza bella e piena di speranze in pieno periodo di boom economico. L'Italia aveva da poco scollinato, e forse le Olimpiadi di Roma, le Vacanze Romane di Audrey Hepburn, e qualche altra grande novità, davano il segno di un momento incoraggiante, di tanta energia positiva. Il germe della speranza. Per questo motivo, credo che sia assolutamente giustificato il mito di quel Bologna, per chi lo lega al momento più felice della propria vita. Un altro uso - a mio avviso - legittimo di quella memoria è data dalla leggenda. Penso al giorno dell'ultimo saluto della città a Bulgarelli. Ai tanti ragazzi che erano presenti, alla curva, tutti con un denominatore comune. Non aver mai visto giocare Giacomino dal vivo. Bulgarelli, dunque, e quel Bologna diventano per molti il sogno di un futuro migliore. Serve il "carburante"? Certo che serve, siamo ridotti a vivere di stracci e ad accontentarci della mensa dei poveri. Il "carburante" che non manca affatto è il cuore. Immenso. Guardate, non è retorica. Ce ne vuole tanto, di cuore, per chi ha conosciuto quei giorni di gloria e poi, dopo aver banchettato nei migliori ristoranti, ora non mangia neanche i resti dei padroni. Ce ne vuole di più, però, per chi quei saloni non li ha mai frequentati. Molto di più. La santità, dunque, invocata con l'autoironia che mai si è persa da queste parti, è un premio persino riduttivo. Io amo, ma anche odio quel ricordo: è in fondo il destino maledetto che ci ha reso amarissima quella gioia, perchè giunta col dolore di aver perso il grande Dall'Ara. Uno scherzo beffardo e ingiusto. Da innamorato dei colori rossoblù, provocatoriamente, odio quello scudetto, non solo lo amo. Penso a volte cosa sarebbe capitato se... Ma sì, che storia il calcio italiano avrebbe avuto se quello spareggio non si fosse vinto. O se - meglio ancora - l'ingiusta penalizzazione non fosse stata cancellata. A volte, come un divertissement, provo a riscriverla la storia. Dunque: "e se fosse andata così?" la Caf respinge il reclamo rossoblù, Dall'Ara, affranto ma combattivo, s'impegna a prendersi la rivincita, i giocatori si stringono attorno al loro allenatore. Il campionato 1964/65 è un monologo rossoblù, Pascutti vince la classifica cannonieri, il Bologna è campione d'Italia e apre un ciclo. Sulle ali dell'entusiasmo, l'Italia del '66, costruita sulla nostra squadra, passa il turno, supera il Portogallo nei quarti, arriva tra le prime quattro. Bulgarelli non si fa male e risulta l'mvp del torneo azzurro... Il Bologna si rafforza e apre un ciclo vincente. Poteva forse essere questa la nostra storia. O forse no. Ma quello scudetto, quegli eroi che amiamo, che siamo felici di aver conosciuto, di aver loro stretto la mano, di godere della loro amicizia, quello scudetto voglio dire ha fatto bene e anche male a tutti noi. E' il passato. Dipende dall'uso che se ne fa. Concludo con un proverbio che ha a che fare con l'argomento. E che qualcuno, non a caso, farebbe bene a fare proprio: Tre cose deve l’uomo ricordare ogni giorno: il bene che non ha fatto, il male che ha fatto, e il tempo che ha perduto.
Quel maledetto scudetto che amiamo come un figlio
Io amo e odio quello scudetto, sì, perchè gli eroi di quell'impresa vivono nell'oblio rispetto al Bologna calcio. Diciamolo senza ipocrisie. Sembrano marionette che il club ha tirato fuori a proprio uso e consumo da un vecchio baule dimenticato in solaio. Profondamente ingiusto. Ingiusto per loro. Ingiusto per Fogli, che altrove ha avuto la fortuna che meritava come allenatoire; ingiusto per Pascutti, che meritava almeno di restare osservatore a vita, e sarebbe stato poco. Ingiusto per Perani, che ha avuto le sue chances nel Bologna, ma che ricordo bene spendere tanto tempo nei campetti di periferia e un po' ovunque a cercare talenti. Tre esempi, ma tutti sono esemplificabili di un finto affetto da parte del Bologna calcio e dei signbori del vapore. Ovviamente un po' scocciati di dover fare sempre i conti con un paragone scomodo. Il paragone tra poveri diavoli costretti a sbarcare il lunario e chi giocava come in paradiso
© RIPRODUZIONE RISERVATA