Serrande abbassate sulla mia rubrica. Ve ne farete una ragione. Ragione? Che parola, in queste ore, in questi giorni. Non me la sento - almeno oggi - di parlare di questo o quel rinforzo, di esultare per l'ingaggio di uno Shaqiri, di soffrire perché Zamparini ci ha negato Sorrentino. Il calcio sembra sempre un mondo a parte, stavolta almeno io non me la sento di salire sull'astronave che mi porta lontano dal pianeta terra. Ci sono i morti di Charlie Hebdo, ci sono quelli di cui pochi si curano in una Nigeria insanguinata, proprio alla vigilia della coppa d'Africa che ha già come fatto clamoroso l'assenza delle Aquile verdi campioni uscenti. Il mondo ci appesantisce e il nostro delitto è quello di permetterglielo. Il mondo ci riempie di certezze che sono aleatorie e fragili. Il mondo che ha paura dell'amore, e che lo bolla - per esempio se non è convenzionale - ma non fa nulla per uscire dal continuo vortice di dolore, di morte, di odio. Lo sport oggi è chiuso. In realtà non c'è giorno che non ricordi a chi lo considera e lo vive come me, come noi, nella sua accezione più romantica, quella del gesto tecnico sublime, quello della lealtà, quello dell'alto concetto educativo di squadra che il mondo gronda di sofferenza. E che lo sport stesso - inteso come lo vorremmo - non esiste quasi più. Cosa conta la passerella dei campioni miliardari nello spot che - in teoria - dovrebbe mondare l'anima che ripetono come un karma la parola "Rispetto" nelle differenze linguistiche ed etniche? Dov'è il rispetto? E' finito sotto i colpi di persone che svendono la vita, come un cespo di lattuga trovato al mercatino sotto casa. E' finito nell'odio che genera odio, nella reazione di chi con le parole usa il khalshnikov della paura e spara a vanvera, su tutto quello che si muove. Esercizio che dovrebbe dare loro sicurezza? pace? tranquillità? No, oggi non apro. Tengo la serranda abbassata. Penso al mondo che vorrei e che non c'è. Guardo l'albero di Natale in casa, ancora da smontare. Spero. Spero che i nostri bambini siano tanto forti da non ereditare i nostri mali, i nostri egoismi. Spero che un giorno il simulatore d'area si alzi e vada dall'arbitro a dire che il rigore non c'è. Perché la libertà, la pace, la speranza si comincia a nutrire dai piccoli gesti quotidiani. L'odio delle curve, che ingenera fatti pesanti di Madrid (per me non diversi dal commando parigino), nasce da un sentimento umano, certo, ma malato. La sensazione di non essere mai all'origine della violenza, ma di reagire con la violenza a una violenza subita. Ho appena rialzato la serranda, cari amici, ma solo per quello spiraglio che mi tiene in vita. Che mi fa guardare mia figlia e sognare ancora per lei un mondo migliore.
Oggi SPORTello chiuso. Per dolore
© RIPRODUZIONE RISERVATA