“Bisogna puntare sui giovani!”. Quante volte ho sentito pronunciare questa frase, parlando del Bologna. Quasi un Mantra, un’ossessione o più semplicemente un intento puntualmente disatteso. Non solo da chi i giovani li dovrebbe far crescere, acquistare e valorizzare, ma anche da chi – noi tifosi – quei giovani si dovrebbe limitare a sostenerli.
Diciamolo chiaramente: in questo momento, il Bologna non è l’habitat giusto nel quale far crescere un giocatore di prospettiva. La persistente instabilità societaria e la conseguente insofferenza della piazza non possono che far male a chi ha bisogno di certezze, fiducia e tranquillità per crescere. Per avere giovani già pronti e in grado di fare la differenza le strade sono due: creare e aver cura di un settore giovanile d’eccellenza (e anche da questo punto, ahimé, l’attuale dirigenza è carente e approssimativa) oppure sborsare fior fior di quattrini in sede di mercato. Pura utopia, insomma.
Di fenomeni a Bologna, almeno per ora, non ne arriveranno, mettiamoci l’anima in pace. Che senso ha criticare giocatori come Oikonomou e Ferrari dopo appena un’uscita ufficiale? Peggio ancora, come si può asserire fin d’ora che Rafa Paez sia un “tristo”, senza averlo mai visto in campo? Non è la prima volta che mi sbilancio in tal senso, ma non credo abbia senso cercare sul mercato un altro difensore di esperienza da affiancare a Maietta, quando in quel ruolo ci sono già cinque giocatori (lo stesso Maietta, i già citati Oikonomou, Ferrari e Paez, oltre all’oggetto misterioso Radakovic) disponibili. Come possono maturare i nostri giovani, ammuffendo in panchina? Come possono i bilanci societari essere in ordine, con una rosa di millemila giocatori?
Questo Bologna mi sembra avere il giusto mix tra gioventù ed esperienza per essere protagonista di un buon campionato di Serie B. Manca un avanti da affiancare a Cacia capace di fare per davvero la differenza (non sarà facile trovarlo), ma non credo che ingaggiando un Manfredini – o chi per lui – il livello della squadra possa alzarsi in maniera così sensibile come sento da più parti. È vero, probabilmente dovremo buttare giù più di un boccone amaro, sopportare qualche ingenuità e qualche peccato di gioventù, ma se davvero voglia ricostruire un Bologna all’altezza del suo nome, l’approccio ai calciatori più giovani di tutta la città – tifosi e addetti ai lavori, tutti compresi – deve cambiare.
Questo non significa far finta che certi errori, certe banalità, non avvengano; basterebbe più semplicemente evitare certe reazioni al limite dell’isteria, con annesse sentenze inappellabili sul futuro del malcapitato di turno. La storia del pallone è piena zeppa di esempi di calciatori che alle prime apparizioni sembravano vere e proprie “schiappe” ma che poi, col passare del tempo, sono diventati discreti interpreti dello sport più amato del mondo.
Di esempi potrei farne a bizzeffe, ma preferisco limitarmi a farne uno solo, che mi pare calzare a pennello con quanto scritto sopra. Quanti di voi si ricordano la prima partita in rossoblù di Miguel Ángel Britos? I più attenti sapranno che la prima partita da titolare in Italia del difensore uruguaiano ora in forza al Napoli durò appena 12’, espulso per un fallo da ultimo uomo (e da rigore) che di fatto costò al Bologna una sonora batosta casalinga – 0-3 il risultato finale – contro l’Udinese (squadra che di giovani se ne intende… basti pensare che quella fu una delle prime apparizione di Sánchez con la maglia dei friulani).
Britos arrivò a Bologna per 4 milioni, cifra abbondantemente coperta dalla sua cessione ai partenopei per 9 milioni. Se ci fossimo basati solo su quella prima, disastrosa apparizione, probabilmente adesso quel prezioso gruzzoletto non sarebbe nelle disastrate casse del Bologna e, chissà, ora ci ritroveremmo a parlare di una squadra, il Bologna, che non c’è più.
Non è una squadra per giovani
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