Tutto Bologna Web Editoriale Marco Belinelli, campione silenzioso

Marco Belinelli, campione silenzioso

Redazione TuttoBolognaWeb

Ventotto anni fa a San Giovanni in Persiceto nasceva Marco, un bambino mingherlino al quale il padre Daniele e la mamma Iole hanno sempre voluto un gran bene e vedendo come è cresciuto il ragazzo, educato e disponible, non c’è nulla di cui stupirsi. Normale e semplice, un ragazzo come tanti, con la passione del basket e in particolare di quello americano, di quella lega che si chiama NBA dove tutti i ragazzini italiani che prendono in mano una palla a spicchi vorrebbero giocare, Marco è tra loro e come non potrebbe esserlo visto che il fratello maggiore Enrico gioca già nella squadra locale e si sa i fratelli maggiori hanno sempre un certo fascino. La sua carriera parte da lì, dai piccoli palazzetti dei campionati regionali spesso pieni solo di genitori e qualche amico, prima di essere notato a undici anni da Gianni Giardini che lo manda alla Virtus. Marco è bravo, gioca sia nell’under 15 che nell’under 17 vince campionati di categoria e anche il premio di miglior giocatore del torneo. A 15 anni viene aggregato per qualche allenamento alla prima squadra allenata da Ettore Messina e che in campo può schierare Manuel Ginobili da Bahia Blanca, pronto a spiccare il volo verso l’NBA, in direzione San Antonio dove i tre si ritroveranno molto presto, ma questa è un’altra storia. Marco gioca un anno alla Virtus poi per i noti problemi societari che colpirono la società della V nera cambia sponda Bologna e si accasa alla Fortitudo. Qui il “Beli” cresce, raggiunge le sue prime finali, le perde (Scudetto ed Eurolega sfuggite entrambe all’ultimo atto nel 2003), si guadagna pure la maglia della nazionale juniores con cui gioca gli Europei di Spagna conclusi al quarto posto. L’anno dopo, come spesso nella sua carriera è tempo di rivincite, la squadra dell’Aquila pare arrivare alle finali Scudetto col fiato corto visti anche i problemi in rosa di due top player come Pozzecco e Vujanic ma Marco gioca la serie finale che non ti aspetti e regala alla Fortitudo il suo secondo titolo italiano: per un bolognese è gioia pura, lui è profeta in patria e rifiuta i soldi di Roma per restare sotto le Due Torri. Continua a giocare gare di altissimo livello intervallate da alcuni pericolosi, quanto comprensibili per un ventenne, cali di tensione, il tutto però non gli impedisce di vincere il premio Reverberi nel 2007, per tutti l’Oscar del basket italiano ed è una specie di consacrazione che gli permette di guardare alla pallacanestro americana un po’ più da vicino; il suo sogno diventa realtà il 28 Giugno 2007, resosi eleggibile senza paura è chiamato come 18a scelta assoluta del draft dai Golden State Warriors, la squadra della baia di San Francisco. Dopo un’ottima Summer League le occasioni di mostrare il suo talento in campo latitano un po’ durante la stagione regolare, gli Warriors sono una squadra di veterani con un pubblico esigente e un coach vecchia scuola come Don Nelson, i giovani sono più un pezzo di complemento che vera e propria parte del team, Marco in più è anche un Europeo, bianco, il che non aiuta. Gli anni della baia seppur con qualche raggio di luce sono spesso fatti d’ombre; la squadra non raggiunge i playoff e Marco non trova continuità entrando in campo spesso solo per qualche infortunio dei titolari. Alla fine della stagione 2009 passa ai Toronto Raptors, dove gioca Andrea Bargnani, scelta n.1 assoluta del draft 2006 e stella della squadra canadese. La vicinanza con un altro italiano potrebbe essergli d’aiuto, invece “Beli” trova meno spazio e punti dell’anno precedente, la vita Nba senza giocare per un innamorato del gioco come lui si fa dura, alcuni lo consigliano di mollare, di tornare in Europa, quella è la sua reale dimensione. Ma Marco ha la testa dura, continua ad allenarsi, più di prima, come quando restava al campetto a tirare a canestro finchè non faceva scuro, per quello oltroceano lo vedono tutti come un tiratore; ma lui è qualcosa di più, lui conosce il gioco, ce l’ha dentro, vuole difendere, attaccare, dimostrare che sa fare anche altro, ma questa lega ragazzo non perdona, non è l’Europa qui il livello è più alto e solo giocandoci puoi rendertene conto. L’anno successivo passa ai New Orleans Hornets, squadra nelle mani del play Chris Paul, che lo definirà un ottimo giocatore e l’investitura di uno così non è una cosa da tutti i giorni; gli Hornets lo schierano titolare dopo alcune buone prestazioni ad inizio stagione, raggiungono i playoff e Belinelli raggiunge il 40% da tre, mica poco, sono numeri da primi dieci della lega dai sei metri e settantacinque. Gioca inoltre la sua prima serie di playoff dove lui e gli Hornets vengono eliminati al primo turno. Chicago fiuta l’affare e così Marco nell’estate del 2012 arriva ai Chicago Bulls alla corte di Tom Thibodeau; l’allenatore dei Bulls è un maniaco della difesa e per trovare spazio Marco deve impegnarsi per entrare prima di tutto nei meccanismi della difesa dei tori rossi. L’infortunio di Rose e di qualche altra guardia titolare concede a Marco diverso spazio, oltre a qualche responsabilità, prende difatti alcuni tiri decisivi nei finali delle partite e mostra di avere gli attributi che spesso gli si criticava di non avere per competere al massimo in una lega come l’NBA. I Bulls verrano eliminati ai playoff da Miami, poi campione, in semifinale e il “Beli” diventa così il primo italiano a superare un turno ad eliminazione diretta nella miglior lega del mondo. Nell’ultima estate il suo lavoro è apprezzato dagli Spurs, franchigia texana di San Antonio dove gioca il suo idolo Ginobili ed allena, o meglio insegna basket, Gregg Popovich uno che ha passato anni nell’Air Force Academy e un po’ di disciplina militare la porta ancora dentro. Marco arriva agli Spurs come una delle prime riserve in una squadra che punta al titolo dopo la delusione della finale dell’anno precedente persa a gara-7 contro Miami. I texani sono una squadra in missione, Marco entra nella rotazione, è una squadra con regole ben definite, dentro e fuori dal campo e lui ci sguazza a meraviglia. Pare aver trovato la sua dimensione, qui, non in Europa come insinuava qualcuno; i leader sono silenziosi, Duncan ti parla con gli occhi, Parker, un franco-belga che ha mollato una certa Eva Longoria chiama Marco la “stufa” perché se è caldo non sbaglia un tiro e Ginobili, bhè è praticamente un fratello altro che idolo di gioventù di cui ti appendi il poster in camera. Basterebbe questo per essere felice, per considerarsi arrivati, ma il “Beli” non è così, lui vuole vincere, vuole l’anello per dimostrare a tutti a che livello sta combattendo; partecipa all’All star game alla gara di tiri da tre, tanto per divertirsi dice lui, ma non è così; lui non gioca per partecipare anche se il suo carattere e il suo viso da tranquillone possano far sembrare il contrario. Vince la gara dei tiri dall’arco dopo uno spareggio, roba da chi di attributi ne ha da vendere, per un periodo della stagione mette a referto punti come un navigato giocatore da all-star. Gli Spurs arrivano ai playoff come la miglior squadra della Lega, avanzano a Ovest contro squadre temibili come Memphis e Oklahoma del Mvp Kevin Durant e arrivano alla finale, e il destino come sempre beffardo mette di fronte ancora i Miami Heat di “King” LeBron James, probabilmente il più forte giocatore dalla fine dell’era di Michael Jordan. La finale delle finali, l’occasione della rivincita, il resto del copione è già scritto: gli Spurs vincono la prima gara e dopo uno scivolone in gara-2 non sbaglieranno più. Finisce 4-1, “Beli” gioca, non troppo ma gioca (d’altronde è talmente educato che lascia la scena madre ad altri), ma il suo apporto è comunque tangibile, ancor più i complimenti dei suoi compagni che dichiarano di essere arrivati fin li anche per merito suo. Marco Belinelli da San Giovanni in Persiceto è campione NBA, il primo italiano a riuscirci, il primo a rendere un paese di venticinque mila abitanti sulle colline bolognesi come uno stadio Domenica pomeriggio; arrivano le telefonate, i complimenti, le bandiere italiane sul palco del podio e vicino al Larry O’Brien trophy, gli auguri, le lacrime e i sassolini da togliersi dalle scarpe. Arrivano le tv, ad un’intervista che resterà negli anni “Beli” non si trattiene e piange, poi dichiara “Grazie a tutti; alla mia famiglia, alla bocciofila di San Giovanni che ha tenuto aperto fino adesso. Nessuno ha creduto in me ma alla fine ho vinto”. Non è vero Marco, tu hai creduto in te stesso è questo è l’importante anzi l’unica cosa che conta. Un esempio italiano, la bandiera tricolore, sul tetto del mondo.