Galliani entra il politica, notizia bomba! O forse no. Di certo molti non saranno rimasti sorpresi quando hanno letto che l’attuale ad del Milan sarebbe già pronto per un possibile ruolo nella nuova Forza Italia. È la solita vecchia storia, calcio e politica, politica e calcio. Sin dai tempi del ventennio fascista la politica ha sempre adorato il calcio, basti pensare che il duce era socio della Lazio, seppur con una quota totalmente irrilevante. La politica ha usato il calcio e il calcio ha usato la politica, una simbiosi lunga quasi un secolo oramai.
La sindrome del tifoso
Cosa piace così tanto agli italiani del calcio? Siamo un popolo perennemente allo stadio, ci comportiamo da tifosi in qualsiasi situazione, specialmente in politica. Ormai l’elettorato si muove con le stesse logiche degli ultras: si sostiene la propria bandiera, si negano le stupidaggini che i propri beniamini inevitabilmente fanno, si urla in piazza, si sfottono gli avversari. E che dire del parlamento, che ad uno stadio ci somiglia pure, apoteosi del popolo dei tifosi; indimenticabile la mortadella agitata il giorno della caduta del governo Prodi, degna del miglior derby domenicale.
La politica e il calcio hanno in comune una cosa: sono due attività che si svolgono e si seguono, si dice, per passione. Forse è proprio questo che crea il ponte tra calcio e politica: la passione.
Qualcosa che si fa per passione è, per definizione, qualcosa di incredibilmente irrazionale, lo si fa perché ci gratifica non perché ci frutti qualcosa di materiale. È evidente che la politica usi il calcio per scopi un po’meno platonici, ma tuttavia, anche coloro che usano il calcio per arrivare al potere, rimangono invischiati nella fascinazione del pallone.
Ciò significa che siamo un popolo incredibilmente irrazionale anche nelle scelte politiche, sia da parte dell’elettorato sia da parte dei politici stessi. Dietro il nostro comportamento c’è sempre un alone di irrazionalità, quello spirito da tifosi che ci fa giustificare tutto e tutti in nome dei colori della nostra squadra. Ci si fa guidare dalla passione, con la differenza che in politica le coppe che perdi rischi di non poterle più rigiocare.
Nel calcio poi c’è la Nazionale, vera poesia di questo sport. Lì si lasciano a casa bandiere e magliette e tutti in piazza a sostenere gli azzurri: gli interisti a festeggiare Balotelli, gli juventini ad applaudire Insigne e via dicendo. Si tifa tutti assieme per la coppa del mondo o per la coppa d’Europa, si festeggia tutti con la stessa maglia addosso.
In politica non ne siamo capaci invece, ognuno tiene la sua casacca, i suoi colori, la sua trombetta. Il governo delle larghe intese ci ha provato a fare la Nazionale della politica, con risultati imbarazzanti però; Letta sembra il Pippo Franco della situazione, corre da una curva all’altra cambiandosi sciarpa e cappellino, prima o poi finirà come il povero Pippo nella curva rossa con la sciarpa blu, e lì saranno dolori.
Per indossare la maglia azzurra abbiamo bisogno della coppa del mondo, ma la coppa del mondo in politica non esiste e allora giù di botte tutti quanti; i partiti si legnano tra loro, gli elettori idem e per di più detestano i loro stessi partiti, un disastro insomma. Che ne sarebbe della partita della Nazionale se in campo si iniziassero a picchiare tra loro i giocatori di Juventus e Milan, per essere poi a loro volta insultati dai loro rispettivi tifosi?
Siamo un popolo di tifosi e per giunta incoerente dunque. Forse un giorno guariremo dalla sindrome del tifoso o forse, semplicemente, ci ricorderemo che sotto le nostre casacche politiche, in fondo, siamo tutti italiani.
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