Tutto Bologna Web Editoriale La cooperativa (non del gol)

La cooperativa (non del gol)

Redazione TuttoBolognaWeb

Di recente è tornato in auge parlare della “cooperativa del gol”, termine coniato qualche lustro fa dall’ex allenatore del Bologna Renzo Ulivieri. Lui conosceva bene il significato della parola “cooperativa” e lo sfruttò senza stravolgerne il significato. Infatti la cooperazione della squadra stava nel fatto che tutti gli elementi mettevano qualcosa del loro (i gol) per poi dividersi i frutti (i punti). Regole di mercato, riforme, aggiramento di leggi troppo leggere per rimanere ben salde nella società, già parecchi anni fa, nel mondo del lavoro venne soppiantato il vero significato di “cooperativa” sostituendolo con un modello balzano e poco umanitario a puro vantaggio dei titolari delle aziende. In questo caso rimaneva il fatto che tutti dovevano tirare fuori qualcosa del loro (la quota associativa), ma i frutti non venivano ridistribuiti, con mera scontentezza di tutti.

Nel Bologna, diversi anni dopo le disquisizioni di Ulivieri, si reintraprese la via della cara vecchia cooperativa e del suo significato più puro. A metterla in atto fu Consorte, chiamato a trovare una soluzione per rianimare una società calcistica sull’orlo del decesso. Forse ispirato dai moti argentini di qualche anno prima (i lavoratori di Buenos Aires, nel pieno del baratro economico finanziario, si unirono ad occupare le fabbriche chiuse, componendo gruppi di lavoro senza padrone, dividendosi i profitti in egual misura), forse gli scaturì l’idea il vecchio adagio “Ulivieriano”, o, più probabilmente, fu illuminato dalla sua fervente intelligenza, andando a formare una sorta di cooperazione aziendalista. Il gioco era semplice: si univano denari e intenti di tutti per raggiungere uno scopo (la sopravvivenza e la prosecuzione del Bologna F.C.). Nonostante gli anni non fossero, a livello finanziario, propizi, ci fu adesione. Un modello che venne ammirato e studiato anche per altri scopi, ma che non aveva niente di nuovo. A volte fu per amore (della città, o della squadra), a volte forse fu per protagonismo (“sono, un po’, presidente di una squadra di calcio”), fatto sta che salirono sulla stessa barca e remarono tutti assieme, ognuno con le braccia che poteva disporre. Già dall’inizio ci fu qualche incrinatura: le varie associazioni, in appoggio al gruppo di imprenditori soci, tra cui quella dei tifosi, vennero messe subito in disparte come se non avessero contribuito, seppur in minima parte, al salvataggio e non avessero voce in capitolo. Ma la cosa più grave è che, piano piano, il vecchio sistema cooperativo è stato disgregato. L’errore di Guaraldi, e del suo 51%, è stato il ritorno ad una gestione aziendalista classica, al giorno d’oggi obsoleta e deleteria. I soci, non essendo più coinvolti nella gestione, ad ogni aumento di capitale decidono che darebbero qualcosa al suonatore di sassofono con i cani chow-chow di via Indipendenza, piuttosto che foraggiare il patrimonio calcistico di Guaraldi e le sue idee. La disgregazione è avvenuta, l’avvio verso il baratro è inesorabile e progressivo, ma ci vuole necessariamente coraggio per tornare sui propri passi. I casi sono due: o si hanno tanti denari da non preoccuparsi di svolgere un ruolo da “one man show”, o bisogna unirsi, tutti quanti, in una cooperativa di soci, idee ed intenti. Come in Argentina, l’azienda con un solo padrone al comando è un sistema destinato a fallire. C’è bisogno dell’intelligenza e della volontà di chi mette cuore, soldi e sudore nel progetto: da Guaraldi fino all’ultimo cittadino associato. Bisogna tornare al vecchio sistema cooperativo edificato da Consorte o la fine (senza magnati spendaccioni all’orizzonte) è vicina. E poi finiamola di mettere come ultima ruota del carro i tifosi. Anche se stanno dietro alle “grandi manovre”, anche se non conoscono bene condizioni burocratiche e gestionali, sono sempre il polmone pulsante dell’azienda, sono quelli che la vivono, la respirano, ne portano i segni di gioie e sofferenze, qualche suggerimento intelligente potrà pur scaturire anche da loro! Non considerarli non solo è un’ingiustizia ma un errore che li renderà pronti a remare contro (la gestione) ad ogni occasione.