Era l’ottantanovesimo, forse anche qualche attimo dopo, comunque Cuadrado aveva già piantato il terzo chiodo sulla bara del Bologna con un siluro dai venti metri (“Cuadrado? No, prendiamo Crespo perché lo conosco meglio”, PP Bisoli, 2011), e succede quello che non ti aspetti, quello che sarebbe impossibile da qualsiasi altra parte: i tifosi rossoblù, testimoni oculari di un dramma sportivo che va avanti da fine agosto, continuano a cantare. Non offese, non insulti, non epiteti che sarebbero molto più che giustificati dopo un’altra prestazione che ha avvicinato il Bologna a pochi metri dal B-aratro. Cantano “Fino alla fine forza Bologna”, il coro più bello, simbolo della fede incrollabile in quei due colori che pitturano le nostre vite, della speranza e della voglia di provarci che dovrebbero morire solo al triplice fischio. Esiste un’istantanea migliore di questa per tratteggiare quanto stia accadendo sotto le Due Torri? No, non esiste.
L'unica speranza è il tifo
Perché anche ieri si è vista la differenza di categoria tra chi scende in campo e chi invece lo guarda e supporta. Anche ieri, purtroppo, quello mostrato dal Bologna è stato uno spettacolo desolante, che ha regalato venti minuti di speranza e settanta di tormento a un pubblico ancora più numeroso e rumoroso del solito. Fino alla fine, Bologna devi giocare fino alla fine, mentre ieri al primo gol di Cuadrado la squadra di Ballardini è stata teletrasportata in un altro mondo, quello della paura, con la consapevole angoscia di star veramente toccando la retrocessione con ormai entrambe le mani. Eppure chi avrebbe dovuto essere più triste e incazzato, persone che nel caso in cui tutto vada come temiamo l’anno prossimo saranno ancora sugli spalti del Dall’Ara a soffrire, continuavano invece a cantare. Fino alla fine, loro sì.
È la sola cosa che si salva, e che più in generale meriterebbe di salvarsi, di un altro pomeriggio partito con il lumicino della speranza acceso e che, invece, alla fine ha portato solo a strinarsi le mani. La Fiorentina non ha regalato nulla, e ci ha preso a pallate ingranando semplicemente la terza così come aveva fatto all’andata. Speriamo lo faccia anche la prossima giornata, con il Sassuolo, e speriamo che lo stesso faccia domani la Juventus proprio contro i neroverdi di Di Francesco. Perché il lumicino che teniamo in mano noi si sta sempre più affievolendo, e l’unico modo per alimentarlo è contare sulla pochezza altrui, già ampiamente dimostrata nel corso del campionato. E non sarà sufficiente, perché a tre giornate dalla fine saresti retrocesso e un eventuale sorpasso devi comunque conquistarlo con le tue forze.
E l’unica forza del Bologna, adesso, è il tifo, che ha dato tanto e ricevuto nulla durante gli ultimi mesi. Un tifo come detto costante nonostante tutto, e che andrebbe premiato.
Riaprite le porte di Casteldebole.
Perché, al di là del fatto che di risultati non se ne stanno ottenendo, una squadra in condizioni comatose ha bisogno di essere sferzata e supportata durante tutta la settimana, evitando clausure che raffreddano l’ambiente. Il venticinque aprile sarebbe stata l’occasione perfetta per tornare a mostrarsi e farsi riabbracciare più da vicino, ed è stata sprecata malamente: non ripetete lo stesso errore, non abbiate paura, perché più che la concentrazione a questa squadra serve sostegno, e avete visto che incredibilmente c'è. È l’unica carta per provare a salvarsi, l’unico asso in un mazzo di carte zeppo di scartini.
Per anni da più parti si è invocato un cambiamento di mentalità nelle tifoserie, elogiando i supporter inglesi che sostengono la loro squadra in ogni situazione, anche a retrocessione calda. Ieri a Bologna si è visto qualcosa di simile, qualcosa di nuovo. Ieri a Bologna si è visto un tifo che col sabato non ha nulla a che fare, e che sarebbe più a casa sua di martedì o mercoledì. Riavvicinatelo fino in fondo, è l’ultima speranza che abbiamo.
© RIPRODUZIONE RISERVATA